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sabato 18 luglio 2020

L'erba del vicino...

Dopo più di 5 anni dal nostro arrivo in questo palazzo del sud parigino, abbiamo invitato per la prima volta i vicini del piano di sopra per un aperitivo. La loro finestra affaccia sul nostro piccolo balcone. Sul davanzale della finestra troneggia un lungo vaso con dei bellissimi fiori rossi.

Sul nostro terrazzo, piante semi rinsecchite lottano ogni giorno tra la vita e la morte.

- Ma come fate a tenere dei fiori così belli alla finestra, chiedo a C., con malcelata invidia.

- Sono finti.

Risate scroscianti, e altro giro di Negroni per tutti.

giovedì 24 settembre 2015

La porta

Alla fine è successo. Doveva succedere. Mi sono chiuso fuori casa. Anzi, ho chiuso me stesso e tutta la famiglia fuori casa.

Il problema è la porta. La porta parigina del nuovo appartamento parigino dove la famiglia Dias vive da poche settimane. La porta parigina ecc ecc ha una serratura blindata a dir poco perfida. Se uscite e chiudete la porta lasciando sbadatamente la chiave nella toppa, all'interno, la porta poi non si apre più. Nemmeno se avete un'altra copia della chiave. Perché la chiave entra nella serratura esterna ma non gira. Non gira, Cristo!

Me n'ero accorto subito (non mi sfugge niente) appena preso possesso del nuovo appartamento, e mi ero raccomandato con L., "Mi raccomando, non lasciare mai la chiave nella serratura interna!".

Bene.

E così, l'altro giorno sono uscito e ho chiuso la porta lasciando sbadatamente la chiave nella toppa, all'interno. Quindi mi sono trovato come un fesso sul pianerottolo, con la Tipsy nel passeggino che mi guardava perplessa mentre smadonnavo e cristonavo.

Ho quindi chiamato L., in cerca di ispirazione, e lei mi ha detto che sono un coglione.

Ho quindi deciso di mostrarle di che pasta è fatto Manoel Octavio Dias e ho proclamato: "Aprirò questa dannata porta!".

Dopo una breve riflessione mi è venuto in mente il vecchio trucco della radiografia, che pare funzioni in queste situazioni. Inserire una radiografia nello spiraglio tra la porta e lo stipite e muoverla su e giù, all'altezza della serratura. Finché la serratura scatta e la porta si apre. Ma dove la trovo una radiografia? Dunque dunque dunque... Ma sì, la mia vecchia vicina di casa (vecchia sia nel senso di ex-vicina di casa che nel senso di vicina di casa anziana)! Vuoi che non abbia una radiografia? Ce l'avrà di sicuro! Ma il picco di entusiasmo è durato pochissimo e alla fine ho desistito ("Buoansera C., siccome lei è piuttosto anziana mi potrà sicuramente aiutare: mi presta una sua radiografia del femore?" no, dai, non si può fare...).

Chiamo quindi il mio amico S., che lavora all'università. Mentre la Tipsy continua a guardarmi perplessa gli chiedo se possa procurarmi dei lucidi, sai i vecchi lucidi?, detti anche "trasparenze", quelli che si usavano per fare le presentazioni prima che esistesse PowerPoint. "Provo a vedere se ne trovo e poi te li porto".

Dopo mezz'ora, durante la quale telefono a C. per chiederle se sarebbe disponibile, eventualmente, a prestarmi una radiografia, e lei mi dice di si, e durante la quale una vicina di casa mi regala svariate cartelline di plastica trasparenti che io letteralmente distruggo infilandole nella fessura tra la porta e lo stipite e muovendole forsennatamente su e giù... insomma dopo una mezz'ora arriva S. coi lucidi. Armeggiamo per un'altra buona mezz'ora alla porta che non ne vuole sapere di aprirsi.

A quel punto, dopo un altro paio di telefonate a L. per chiederle consigli ("Sei un coglione! Un coglione!!!") decidiamo di chiamare un serrurier, che è la parola francese per questi signori che, oltre a vendere serrature e porte blindate, si offrono anche di aprire le porte lasciate maldestramente chiuse dai loro proprietari.

Il serrurier dice che siccome la porta non è chiusa a chiave me la può aprire per SOLI centocinquanta (150) euri. Cazzo, penso io. E dopo uno sguardo a una Tipsy implorante, preso dallo sconforto, accetto.

Il serrurier arriva 20 secondi dopo (il suo negozio è letteralmente di fronte a casa). Ha una valigetta. Molto bene, penso, sarà piena di attrezzi sofisticatissimi e luccicanti con i quali aprirà la porta. E invece, con mia grande delusione, tira fuori un foglio di carta plastificata e inizia a fare ESATTAMENTE quello che stavamo facendo io e S. con i lucidi fino a un secondo prima. Con l'unica differenza che il signor serrurier non si cura minimamente dell'incolumità della porta e, mentre armeggia con la carta plastificata la tempesta di vigorosi pugni e calci. E la porta ballonzola e vibra e sfrigola ma non si apre.

Ed è a questo punto che, attirato dal frastuono, il vicino di pianerottolo apre la porta e ci sorride.

Allora. Bisogna dire, prima di tutto, che il mio vicino di pianerottolo è un soggetto incredibile. Per farvi capire l'incredibilità del soggetto, basti dire che alla mia ipotesi, "secondo me quel tizio ha 16 anni" S. ha risposto, serissimo, "ma che cazzo dici, ne avrà almeno 40!". Ecco, giusto per inquadrare il tipo.

Insomma, il vicino, dopo aver detto bonjour e aver guardato per qualche minuto il serrurier che massacrava di colpi la porta, dice: "Ma non potete chiamare un serrurier?".

Seguono svariati secondi di silenzio, con tutti gli occhi presenti nel pianerottolo rivolti a lui, dopodiché il mio dito indica il serrurier e la mia bocca pronuncia la frase "E' lui il serrurier".

Soddisfatto dalla mia risposta il vicino di pianerottolo continua a guardare il procedere dei lavori. E dopo cinque minuti approfitta di una breve pausa del serrurier per consigliarlo: "Ma non può smontare a serratura? E poi apre la porta e poi la rimonta".

Il serrurier alza un sopracciglio, poi l'altro, poi ride. E senza proferir verbo ricomincia a tempestare di calci e pugni la porta.

Ma è dopo altri cinque minuti di calci e pugni sferrati senza alcun riguardo alla mia povera porta dall'indomito serrurier che il vicino di pianerottolo raggiunge l'apice del suo disquisire, pronunciando la frase che lo renderà immediatamente il mio idolo assoluto.

"Ma non c'è nessuno in casa?".

Applausi. Applausi scroscianti.

Sipario. 

sabato 6 luglio 2013

I tassisti parigini

Oggi vi parlerò dei tassisti parigini. Semplificando, la faccenda può essere riassunta con la frase "io odio i tassisti parigini".

Perché a notte fonda, quando non c'è più la metro e tu ne trovi uno libero, invece di farti salire, il tassista in questione accosta, fa scivolare giù il finestrino e ti chiede: "dove vai?". E se tu rispondi qulcosa che non sia compatibile con la massimizzazione del suo ricavo economico ti dice "no" e riparte.

E tu li odi con tutte le tue forze.

Meno male ci sono i taxi abusivi. Quelli, se li riconosci, ti portano dove vuoi a un prezzo concordato prima. L'unica volta che ne ho preso uno mi sono pure divertito. L'abusivo, agitatissimo, ha cominciato a raccontarmi freneticamente una serata fittizia piena di dettagli che descrivevano il nostro incontro nel bar X, nel quartiere X eccetera eccetera, come fossimo diventati amici eccetera eccetera e come lui mi avesse offerto un passaggio fino a casa. Tutto in caso ci fermasse la polizia e facesse domande. Gli ho detto di rilassarsi e gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di vero su di lui.

Io domani vado al mercato con mio figlio, mi ha detto, e sono disoccupato. E se non ho soldi che cosa ci compro, al mercato?

E mi ha anche dato una dritta, e mi ha detto che tutte, ma proprio tutte, le persone di colore che girano in macchina da sole nelle notti del weekend parigino sono tassisti abusivi.

Sappiatelo.

giovedì 24 maggio 2012

Back to Paris

Cari tutti,

tra poco ho il volo che mi riporterà a Pariggi*. Anzi, che ci riporterà a Pariggi**. A me, a L., e a U., che tornerà a scrivere, tranquilli.

Ho un sacco di lavoro arretrato qui sul blog.

La lista include:

1) per prima cosa, la fine del racconto di U.,
2) la recensione di All the pretty horses di McCarty,
3) le recensioni degli aeroporti di Santiago de Compostela e di Atene,
4) proseguire il racconto PD: Per Dinci! Le avvincenti storie e mirabolanti avventure del PD che sarà,
5) un post sulla mia dipendenza Dublinese dagli smoothies Innocent (ispirato da Smila Blomma),
6) eccetera, eccetera, eccetera.

Se avete preferenze sulla priorità che devo dare a questi post, fatemi sapere (motivando, chiaramente!).

E ora una confessione: in questo mese in trasferta ho letto pochissimo.

Anzi, non ho letto niente.

Nulla.

Il segnalibro in Lost in the funhouse è alla stessa pagina in cui l'ho lasciato sul volo Parigi-Atene (all'inizio del volo, tra l'altro... Che imbarazzo...).

Ma mi rimetto sotto a Pariggi***, promesso, quindi non abbiate paura, le recensioni ricominceranno a ritmo regolare!

Vostro,

M.

__________________

* Sì, con due g.
** Sì, con due g.
*** Sì, con due g.

domenica 11 marzo 2012

Pulirsi il culo a Parigi

Queste sono cose che succedono solo se uno scavalca le alpi, nelle terre barbare prive di bidet.

La settimana scorsa mi è venuto a trovare M., vecchio amico italiano che vive in Francia (non a Parigi) da più di 5 anni e all'estero da una quindicina d'anni.

Quindici anni senza bidet.

È entrato nel mio bagno e l'ho sentito urlare più volte "Il bidet! Il bidet!" e si è sciacquato le chiappe per una mezz'ora, continuando a gridare "Madò che bello il bidet! Aoh, il bidet! Ah, che bello! Non ci posso credere! Hai il bidet!".

Eccetera.

Son momenti davvero toccanti.

martedì 7 febbraio 2012

Stop scuola

Da un paio d'anni lavoro vicino al bordo sud di Parigi, a poche decine di metri all'interno del Boulevard Peripherique. È un quartiere che, mi hanno detto, fino a pochi anni fa praticamente non c'era. Quindi un sacco di edifici moderni, architetture bizzarre e colorate. Vetro, tanto vetro sulle pareti di banche parallelepipedeggianti e sonnecchianti al bordo della strada. E poi una scultura fatta di tanti grossi massi messi un po' a caso, che mi  è sembrata piuttosto insignificante fino al giorno in cui sono inciampato sulla targhetta di bronzo che ne annuncia il nome, "Hommage à Charlie Parker". E tutto allora mi è sembrato diverso.

Dunque, una città moderna è quello che si vede uscendo dalla stazione della RER, una città sfavillante, lucente, dinamica.

Ma questa è, come spesso accade, solamente metà della storia. Sì, perché se uscendo dalla stazione della RER invece di guardare dritto si guarda a destra, il nulla. Non c'è nulla. Transenne di cantieri edili, il cielo grigio d'inverno, e uno scheletro di casa in costruzione in lontananza, dolmen grigio su sfondo grigio. Anche la strada, che sulla sinistra sfreccia diritta tra i palazzoni, a destra sembra perdere sicurezza e determinazione e dopo qualche decina di metri si rassegna e muore.

Signore e signori, Parigi finisce qui. È un po' come essere alla fine del mondo. Ma il mondo vecchio, quello piatto, che aveva un bordo brusco,  dove tutto spariva all'improvviso.

Insomma, c'era questo signore, di colore, tarchiato e con la faccia larga e serena, che incontravo spesso al mattino, uscendo dalla stazione della RER, alla fine di Parigi. Un'età tra i trenta e i quaranta, e stava sempre lì, in mezzo alla strada, tutto coperto da un piumino, una sciarpa e una berretta calata fino alle sopracciglia. Stava in mezzo alla strada, di fianco alle strisce pedonali, e stringeva in una mano una paletta rotonda e rossa con su scritto "Stop scuola".

Ora, io vi posso giurare che sono due anni che attraverso quella strada ogni mattina e non ho mai visto uno, dico uno!, scolaretto col la cartella in spalla. Se poi si aggiunge il fatto che io (scandalosamente) vado al lavoro alle 11, la cosa diventa ancora più incongrua. Per quale motivo ci si dovrebbe aspettare lo sgambettare di cartelle e zainetti a quell'ora?  E poi: ma a cosa serve un lollipop-man nella strada meno trafficata di Parigi? Passano davvero pochissime macchine da lì. La strada non porta da nessuna parte, quindi praticamente zero macchine. Perché mai, quindi, qualcuno dovrebbe aver bisogno di un attraversatore pedonale? Per fare attraversare chi?

E infatti non ho mai visto nessuno aspettare il segnale del mio amico lollipop-man per attraversare quella strada. Anarchia totale. Anarchia senza sensi di colpa: ognuno passa quando vuole. E alle volte sembrava quasi che fosse lui ad inseguire i passanti, un po' in apprensione, per essere pronto, in posizione - le braccia allargate e l'inutilissima paletta agitata al vento - al momento del loro attraversamento.

Nessun scolaretto all'orizzonte. Mai. Una scena surreale. Ma, nonostante tutto, lui era lì. Serio in maniera quasi solenne. Serio e ligio, convinto e contento di fare bene, e apparentemente incurante della spaesata comicità del tutto. La faccia ferma ma sorridente, e la paletta rossa. Si vedeva che ci metteva dell'impegno, tutto qui.

Ora c'è un altro tizio, alle strisce pedonali. Bianco, tra i quaranta e i cinquanta, piccoletto, magrolino e annoiato. Si vede che non si impegna. Si vede che è svogliato e tira via. Si vede che non ci mette l'anima.

Peccato. Non è più la stessa cosa.

domenica 8 gennaio 2012

Le domeniche pomeriggio

Arrivo al binario e il treno è li. Il treno è già li e sta per partire. Accenno un inizio di corsa ma il treno se ne accorge, suona la sirena, chiude le porte, e se ne va. E io resto sul marciapiede a guardargli il culo che si infila nel tunnel del metrò. Ueeeeeng! è metallico il suono della sirena. Il suono che fa il treno quando chiude le porte e ti lascia lì. È metallico. 

Sono a Saint Michel-Notre Dame e ho appena perso la RER C.

Cazzo.

Il piano era perfetto, calcolato nei minimi dettagli, ma si è arenato allo step uno. Ero di ritorno dall'aeroporto Charles de Gaulle (T3) dove avevo accompagnato Quello Schianto Di Donna Che È La Mia Donna (in breve: QSDDCÈLMD) che ripartiva cazzo ripartiva dopo due settimane di vacanza parigine. Ripartiva.

Cazzo.

E poi la domenica pomeriggio. Cristo, la domenica pomeriggio è già abbastanza triste per conto suo, e se ci sono pure schianti di donne che partono diventa davvero troppo. Troppo triste. Quindi ci voleva un finale di pomeriggio, ci voleva un finale di pomeriggio che mi facesse stare bene, che mi facesse stare tranquillo, un bel finale di pomeriggio, un finale di pomeriggio che ti coccola.

Quindi il piano era mettermi ad annusare le pagine ingiallite di vecchi libri, perdermici in mezzo, sfogliarle, e magari portarmi a casa qualcosa. Eccolo il piano. Tutti i primi weekend di tutti i mesi alla biblioteca americana di Parigi c'è un mercatino di libri usati. Te li tirano davvero sulla schiena, i libri usati, lì, a uno o due euro l'uno. Usati e ingialliti, alcuni, quelli più vecchi.

Ora, sarebbe bastato semplicemente aspettare la RER C successiva e salirci sopra e scendere a Pont de l'Alma eccetera eccetera ma perdere il treno per un soffio proprio mi mette di pessimo umore e quindi ho detto - sai che ti dico, biblioteca americana, lo sai che ti dico? salgo su e vado da Shakespeare and Company, e 'fanculo alla biblioteca americana.

Sono salito su,  aria, Parigi, e Shakespeare and Company è proprio un bel posto, solo che c'è sempre troppa gente, molti turisti che non sono lì per i libri ma sono lì perché le guide turistiche gli dicono di andarci, lì. Quindi ho messo le cuffiette dell'ipod, e non sentivo più i turisti che parlottavano tra di loro. È un po' come essere un pesce in una boccia di vetro piena d'acqua quando si mettono le cuffiette nei posti affollati. Tutti parlano e si muovono ma tu non senti nulla, tranne la musica. Credo che essere un pesce assomigli a questo.

Insomma.

Ci sono dei libri usati a Shakespeare and Company. Mescolati sugli scaffali di legno in mezzo ai libri nuovi. Si riconoscono perché alcuni di loro hanno scritto su un etichetta appiccicata sul dorso USED OCCASION, proprio così, USED OCCASION tutto maiuscolo. Altri invece si riconoscono perché è ovvio che siano vecchi, è ovvio che siano usati.

E ho trovato un libro che volevo leggere e di cui se ne parlava proprio l'altro ieri, a cena, da amici. "Leggi quel libro" mi diceva F., l'amico di QSDDCÈLMD, "leggi quel libro". E altri due, due libri dello stesso autore, che secondo me è un grandissimo. E alcuni critici dicono che abbia scritto tutti i suoi libri "a coppie", a due a due, e questi due qui credo proprio siano una coppia. Incredibile, no?

Insomma mi è andata proprio bene.

Kurt Vonnegut Jr, Breakfast of Champions, 6 euro.
John Barth, Lost in the funhouse, 4 euro.
John Barth, Chimera, 6 euro.

Non poteva andare meglio.

Davvero.

giovedì 29 dicembre 2011

Terminal 6: Aeroporto di Parigi - Beauvais Tille

Sarò breve.

L'aeroporto di Parigi - Beauvais fa cagare. È uno dei posti più brutti del mondo. Ci vuole un secolo per raggiungerlo, è veramente in mezzo al nulla e tipicamente i voli che si prendono da lì ti portano in aeroporti che sono in  mezzo al nulla e per raggiungere i quali ci si mette un secolo.

E smettiamola con queste stupidaggini del tipo "Eh si, ma da lì ci sono i voli low-cost e vai ovunque con pochi euri!" perché: 1) nonostante questo l'aeroporto di Parigi Beauvais resta uno dei posti più brutti del mondo, e 2) la navetta che ti ci porta costa così tanto che ho sentito gente che per pagarla ha aperto un  mutuo a tasso variabile.

Basta.

Ho finito.

Zero stelline.

mercoledì 21 dicembre 2011

Quanti siamo?

Ci sono alcuni dei post di questo blog che potrebbero benissimo far parte della rubrica sugli aeroporti, ma non ne fanno parte. Quello che sto per scrivere è uno di questi. Il fatto è che ho già recensito l'aeroporto di Parigi Orly, terminal Ouest, e non mi va di fare dei doppioni. Quindi eccovi un post su aeroporti, viaggi, pensieri, intitolato "Quanti siamo?".

Per amore della sintesi, l'espressione "Quello Schianto Di Donna Che È La Mia Donna" sarà abbreviata in quanto segue con: QSDDCÈLMD.

__________

Venerdì è arrivata a Parigi QSDDCÈLMD. Ecco com'è andata. È uscita di casa alle 6.45 di mattina, si è recata all'aeroporto X (che ancora non ho recensito), dopodiché tutto è andato male. Causa maltempo, volo in ritardo di un'ora abbondante. E mentre lei smadonna senza ritegno in aeroporto io entro in ansia (Oddio, arriverà? Ma quando arriverà?) e inizio una delle giornate lavorative meno produttive del millennio.

Il problema è che QSDDCÈLMD sarebbe dovuta partire dall'aeroporto X, fare scalo all'aeroporto Y, e atterrare alle 14 circa a Parigi Orly (terminal Ouest). Solo che il ritardo causa maltempo a X le ha fatto perdere la coincidenza a Y. Cazzo, cazzo, e cazzo. Mi tengo in contatto telefonico fittissimo, sia per capire la situazione, sia perché sono innamoratissimo (dio, che imbarazzo...). È in fila al desk della compagnia aerea per vedere se la mettono in un altro volo. Davanti a lei, trecento persone.

Insomma. Cancellano il volo successivo da Y a Paris. Scene di panico. Mille telefonate e sms. Poi finalmente l'annuncio. QSDDCÈLMD verrà imbarcata sul volo successivo-successivo (due voli dopo) a quello che avrebbe dovuto prendere. E arriverà a Paris con un ritardo di 5 ore.

Bene.

Un'ora prima del suo arrivo previsto esco dal lavoro per andare a prenderla in aeroporto. Decido di andare a prenderla in aeroporto sia perché mi sembra un gesto carino dopo un viaggio (suo) così assurdo, sia perché sono innamoratissimo (ulteriore imbarazzo...). Scendo giù sottoterra alla stazione della RER C, direzione Orly. C'è un sacco di gente sul marciapiede, un sacco di gente seduta per terra, gente seduta sui gradini che portano al marciapiede, gente che chiacchiera, gente incazzata, insomma gente dappertutto, più un po' di gente a testa in sù che guarda gli schermi sui binari che annunciano che tutti i treni (si, tutti) sono retardé.

Merda.

Chiedo. Mi dicono che a causa di un bagaglio sospetto abbandonato nella stazione Dio-solo-sa-quale hanno bloccato la circolazione sulla RER C. Però tranquillo, mi fa una signorina con la casacca della RATP che spande ottimismo sul marciapiede, tra poco si riparte.

Aspetto 10 minuti e non riparte niente.

Dopo 12 minuti una vocina annuncia che tutti i treni sono soppressi per un'altra mezz'ora.

Cazzo, cazzo, e cazzo.

Prendo la metro 14, direzione Chatelet. L'idea è cambiare lì per prendere la RER B che porta pure lei a Orly. Alla 14 c'è chiaramente un oceano di folla. Il marciapiede è stipato di corpi accalcati. La metro arriva e inizia il ritmico rito della gente che si apre a ventaglio sul marciapiede di fronte a ogni porta, lasciando spazio alla gente che scende dal vagone a scatti e sbuffi, come un getto d'acqua che esce da un tubo strozzato, poi il ventaglio si richiude disordinatamente, è tutto uno spingere e premere di corpi su corpi finché il vagone si riempie, la sirena fischia, le porte si chiudono, e qualcuno là fuori interrompe la sua corsa ormai inutile e rimane fermo sul marciapiede che pian piano si sta riempiendo di nuovo e guarda le facce senza espressione dentro ai finestrini del treno che se ne va. E  poi tutto ricomincia da capo.

Sono stipato in un vagone della 14, sento i corpi delle persone attorno a me premere sul mio. Braccia e pancie e spalle. Sulla RER B è la stessa cosa. Gente dappertutto. Vagoni stipati. Corpi e facce e occhi nel vuoto e nasi che respirano aria già respirata mille volte.

E mentre me ne sto li a sperare di arrivare in tempo penso - ma quanti siamo?

E penso a come sarebbe vederci tutti quanti da lontano, vederci dall'alto, muoverci frenetici su e giù per strade e scale e ascensori. Infilarci dentro macchine e bus e vagoni del metro. Muoverci in sgangherata raggiere verso o via da Chatelet, che è l'impero della folla.

E penso che lo so come sarebbe vederci tutti quanti dall'alto. Lo so perché l'ho visto.

Era notte ed ero a Tokyo. Uno di quei weekend sospesi tra due viaggi di lavoro e uno si ritrova a fare il turista solitario. Insomma giravo per Tokyo e la sera mi son ritrovato a Roppongi, un quartiere modernissimo con questo grattacielo enorme e ci son salito in cima, al grattacielo enorme.

Sono rimasto letteralmente senza fiato. Stordito dentro alla enorme vasca da pesci rossi dalla quale decine di persone guardavano giù, col naso appiccicato al vetro.

Mi son seduto a un bar, mi sono messo a un tavolino che guardava fuori. E non riuscivo a smettere di guardare tutta quella luce. Quei palazzi di fiamme giallo biancastre e quel groviglio di macchine in file indiane ordinate e bipedi, una serie infinita di coppie di occhietti illuminati che scivolavano sulle strade, e si fondevano con altre processioni, e si diramavano e congiungevano, un fiume di luce che avvolgeva i palazzi come se fossero sassi in un ruscello. Luce fluida. Luce liquida.

Sono rimasto immobile per più di un'ora a guardare la luce di Tokyo vista da sù. Non riuscivo a smettere. Davvero, non riuscivo a smettere. C'era un silenzio surreale dentro alla vasca da pesci rossi, lassù sulla torre di osservazione, c'era un silenzio surreale e io pensavo a quanto fosse bello tutto quanto. E pensavo - ma quanti siamo?

E non capivo, e non capisco nemmeno ora, come possa tutto questo funzionare. Come possano tutte queste cose incastrarsi tra loro, e funzionare.

Quando sono sceso dal grattacielo di Roppongi ero tranquillo. Era ancora notte, ma le notti viste dal basso sono diverse. Sono palazzi con finestre illuminata. Sono persone che camminano in silenzio in strade semivuote. Sono semafori che cambiano colore inutilmente. Sono insegne di bar che stanno sopra a porte illuminate. Porte di vetro appannato che illuminano un pezzetto di marciapiede, e che parlano mille voci e rumori mescolati assieme quando qualcuno le apre.

Non so perché, ma quando sono sceso dal grattacielo di Roppongi e camminavo in silenzio verso il metro ero davvero tranquillo.


mercoledì 23 novembre 2011

Tapis roulant

Questo post parla del tapis roulant che collega la stazione della metro 13 di Parigi Invalides a quella, omonima, della RER C. Si, avete capito bene, questo post parla di un tapis roulant. Ma non uno qualsiasi. È un tapis roulant che conosco bene, forse quello che conosco meglio, perché mi trasporta ogni giorno, per due volte - da sinistra a destra al mattino, e da destra a sinistra la sera - quando vado e torno dal lavoro.

Bene.

Il tapis roulant che collega la stazione della metro 13 di Parigi Invalides a quella, omonima, della RER C, è uno di quei tapis roulant lunghissimi. È davvero lunghissimo. E ha questo tunnel tutto attorno, che quasi non se ne vede il fondo. E la gente ci cammina sopra, al tapis roulant, per andare più in fretta, per arrivare prima nel posto in cui sta andando, per risparmiare tempo, o per altri motivi che non so.

Ecco, c'è una cosa che mi piace fare, certe mattine, quando arrivo lì, nel tunnel lunghissimo che collega la metro 13 alla RER C. Mi piace arrivare al tapis roulant, salirci e stare fermo, non camminare, non fare niente. Tirare fuori il libro dalla tracolla e mettermi a leggere.

È bello leggere e vedere con la coda dell'occhio le pareti del tunnel, i manifesti, e le piastrelle bianche che si alternano una dopo l'altra passandomi accanto. Mi piace stare lì, fermo, in piedi, e leggere sentendo il cigolio del nastro trasportatore che scorre, e le piccole irregolarità nella struttura che sta sotto al nastro che spingono leggermente sui piedi mentre ci passano sopra. Mi piace starmene li fermo mentre la gente mi passa accanto, mentre tutto si muove, compreso il suolo sotto ai miei piedi. Tutto si muove tranne me, che me ne sto fermo a leggere.

Si possono leggere un paio di pagine, così. E a me piace.





La foto l'ho presa qui.

sabato 12 novembre 2011

Terminal 2: Aeroporto di Parigi - Orly - Terminal Ouest

L'Aeroporto di Parigi Orly ha un grande vantaggio rispetto a Charles de Gaulle: è più vicino alla città. Dalla stazione di Denfert si può prendere un bus che in una mezz'oretta vi porta al terminal. Volendo si può anche prendere la RER B ma come ho già avuto modo di dire altrove su questo (fantastico) blog, la RER B ha spesso problemi e ritardi che anche la persona più mansueta e comprensiva del mondo non esiterebbe a definire, con rabbia selvaggia e vene del collo ingrossate, apocalittici. Quindi, state a sentirmi, prendete il bus.

Il terminal Ouest non è niente di che. L'ultima volta che ci sono andato è stato ieri. Sono arrivato (col bus), e mi sono diretto agli Arrivi, dove ho aspettato con grande impazienza l'atterraggio del volo di quello gran schianto della mia donna.

Essendo in larghissimo anticipo (l'amore gioca brutti scherzi) ho cercato un bar e ho mangiato qualcosa.

Di solito in queste situazioni vago per ore per tutto il terminal esaminando fin nei dettagli tutti i bar alla ricerca del mio bar. Invece ieri è stato facilissimo, dato che il bar di fronte agli arrivi aveva tavolini di legno e sedie e sgabelli verde elettrico e a me piace molto il verde elettrico.

Quando poi ho visto nel frigorifero self-service delle vaschette di sushi (parlerò altrove della mia fissazione ossessivo-compulsiva per il sushi) ho capito che il verde elettrico mi aveva davvero guidato fino al posto giusto.

Ed è forse questo il motivo principale per cui ora scriverò qui sotto:

Due stelline.

venerdì 11 novembre 2011

Terminal 1: Aeroporto di Parigi - Charles de Gaulle - Terminal 3

Iniziamo la nostra rubrica aeroportuale parlando del Terminal 3 dell'Aeroporto di Parigi Charles de Gaulle. Per dare una descrizione esaustiva ed accurata del Terminal 3 dell'Aeroporto di Parigi Charles de Gaulle basterebbe dire che fa schifo. Già, fa davvero schifo. È l'ultimo dei terminali dell'aeroporto, quello costruito più recentemente, e consiste praticamente di un enorme hangar semivuoto e semideserto. In una parola: triste.

La semi-vuotezza, semi-desertezza e (totale-)tristezza del Terminal 3 mi stanno particolarmente a cuore perché recentemente mi ci ritrovo spessissimo per prendere voli che hanno come destinazione la città (che manterremo qui ignota per motivi di sicurezza nazionale) dove vive quello schianto di donna che é la mia donna.

Ma torniamo a noi.

Quando si entra nel terminal 3 dell'Aeroporto di Parigi Charles de Gaulle, la prima cosa che si prova è sconforto. Poi, dopo aver notato lo sguardo perso nel vuoto delle annoiatissime signorine che stanno agli stand delle varie compagnie aeree o di noleggio auto, il morale risale un po', rafforzato dalla consapevolezza di essere dalla parte giusta del bancone dello stand.

Per sconfiggere lo sconforto, penserete voi, ci vorrebbe una biretta. Però, in caso vi venga in mente di precipitarvi al bar, vi consiglio di non farlo. Non fatelo, davvero. Riflettete. Piuttosto mettetevi in fila al gate e entrateci. Mi ringrazierete. Il bar dentro al gate è leggerissimamente meno triste dei bar fuori dal gate. E nei momenti di massimo sconforto i dettagli, anche quelli piccoli, aiutano.

Insomma, a questo punto un giudizio finale di "una stellina" (il minimo, vedi qui) sembrerebbe inevitabile.

Però... Però c'è un però.

Il però è che il venerdì sera è tutto un po' diverso, al terminal 3. C'è quell'atmosfera stanca ma distesa delle vigilie dei fine settimana. È chiaro che quasi tutte le persone sedute in file ordinate e in attesa del volo stanno finendo una settimana di lavoro, stanno tornando a casa, o andando, come me, in un posto in cui hanno proprio voglia di andare. I pensieri della settimana e della giornata appena conclusa sono ancora li, sulle facce e sulle espressioni di tutti, ma più leggeri, e condannati a svanire in un "ci-penso-lunedì". Persino il rumore di tutte le voci che si mescolano e annodano tra loro sembra riempire tutto lo spazio in un modo più morbido e lontano. Non è il rumore spigoloso e puntuto di telefonate, discussioni e picchiettii su tastiere di laptop, ma è più liscio e smussato, omogeneo, come il rumore di un'aspirapolvere che qualcuno sta passando in un'altra stanza.

Ecco, a me quasi piace, il venerdì sera, starmene lì seduto in quella pozza di luce bianca al neon che è il terminal 3, tra le vetrate buie che impediscono alla notte di entrare, in mezzo a tutte quelle facce che forse la pensano come me.

__________


Una stellina. Una e mezzo il venerdì sera. Tre se sto andando nella città ignota di cui sopra.