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martedì 11 giugno 2013

J.D.

Stamattina sul metro ho visto una ragazza con in spalla una borsa di tela, con sopra stampati, in stampatello, e uno sotto l'altro, i seguenti nomi:

Franny
Zooey
Waker
Walt
Boo Boo
Buddy
Seymour

Pazzesco. Tutti i figli della famiglia Glass. Tutti quanti. Che bello.

Avrei voluto chiederle ma dove l'hai comprata, una borsa così. La voglio anche io, una borsa così. Ma c'era troppa gente sul metro, ed è scesa prima che potessi avvicinarmi.

E non posso nascondervi l'orgoglio che ho provato nell'accorgermi immediatamente che i nomi erano elencati in ordine cronologico. Dal figlio Glass più giovane (Franny) al più vecchio (Seymour)*.

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* E Walt e Waker erano gemelli, se proprio volete saperlo.

domenica 30 dicembre 2012

Hapworth 16, 1924, J. D. Salinger

Come promesso, vi racconto la storia dell'ultimo racconto pubblicato da J. D. Salinger, Hapworth 16, 1924, apparso sulla rivista The New Yorker il 19 Giugno 1965. Il racconto è scrito sotto forma di una lunga lettera che Seymour Glass, il più geniale della cucciolata di bimbi-prodigio della famiglia Glass, scrive ai suoi genitori da un campo estivo. Seymour ha 7 anni. La famiglia Glass è al centro di tutti i libri che Salinger ha pubblicato, con l'esclusione de Il giovane Holden.

Il racconto è piuttosto lungo, oltre le 50 pagine. Occupava da solo praticamente tutto il numero del New Yorker. Le reazioni da parte della critica furono decisamente negative.

Ciò che rende Hapworth intrignte è il fatto che sia l'ultima apparizione letteraria di Salinger, che in seguito rimase letteralemente in silenzio fino alla sua morte, il 27 Gennaio 2010.

Nel 1988, Roger Lathbury, titolare della (semi sconosciuta) casa editrice Orchises Press scrive a Salinger proponendogli di pubblicare Hapworth come un libro a se stante. Salinger, la cui riservatezza e scontrosità possono senza dubbio essere definite leggendarie, sorprendentemente rispose e disse: valuterò l'offerta.

Ci pensò per 8 anni, e nel 1996 un incredulo Lathbury venne contattato dai rappresentanti legali di Salinger per iniziare, di fatto, una trattativa per la pubblicazione del libro.

Le vicende che seguirono sono state raccontate dallo stesso Lathbury in un articolo apparso sulla rivista New York il 4 Aprile 2010 (leggetelo, è un bell'articolo). Riassumendo: Lathbury commise un paio di ingenuità, la notizia della pubblicazione del racconto divenne pubblica e Salinger si tirò indietro a pochi mesi dalla data prevista per l'uscita del libro (che era già apparso su Amazon, annunciato per i primi mesi del 1997).

Parallelamente, in Italia, succede questo (o qualcosa di simile, come si può evincere da questo, questo o  da quest'altro articolo): le edizioni (queste sì, del tutto sconosciute ai più) Eldonejo di Giovanni Vittorio Pisapia (fratello di Giuseppe Pisapia) pubblicano una traduzione (di Simona Magherini, laureatasi a Siena con una tesi su Salinger) di Hapworth, pochi mesi prima della data di uscita del libro negli States! Piccolo dettaglio: la casa editrice non detiene i diritti di pubblicazione. La Einaudi, affermando di essere la detentrice dei diritti, se ne risente non poco. La cosa finisce per vie legali e, a quanto ne ho capito, la Eldonejo non ristampa più il libro, di cui restano però sul mercato le 2000 copie della prima stampa.

Nel 1997, poco più che ventenne, mi catapultai in libreria appena raggiunto dalla notizia, e acqustai a 25 mila lire una copia di Hapworth. Ricordo che ne restai piuttosto deluso. Ma forse furono le mie (stellari) aspettative a tradirmi.

Non sapevo nulla di tutta questa storia fino a pochi giorni fa, quando sono incappato, per caso, in questo articolo. A quanto pare nel 2010 una delle 2000 copie pirata di Hapworth è stata venduta su Ebay a più di 400 euri. Ho controllato, e al momento non ci sono altre copie in vendita su Ebay. Il numero di The New Yorker, invece, è acquistabile, sempre su Ebay, a circa 300 euri.

Io ho già iniziato le ricerche per ritrovare la mia copia di Hapworth (chissà dov'è finita!). Non vedo l'ora di ritrovare il volumetto dalla copertina azzurro-cenere bordata di rosa.

La mia copia, non dovrebbe essere nemmeno necessario dirlo, non è in vendita.

giovedì 29 marzo 2012

Eroi

A me questo Marc Johns piace.

Poi oggi mi ha pubblicato - nello stesso post! - la saliera che legge Il giovane Holden:

e l'arancia che legge Infinite Jest:


Salinger e Wallace. I miei eroi di quando ero (rispettivamente) adolescente e me stesso ora.

Come si fa a non ri-postare una roba così?

sabato 29 ottobre 2011

La balena & friends




"All this happened, more or less". 

Ci sono certi libri che se uno li apre e legge la prima frase sa già di avere tra le mani un capolavoro. Non sono tanti, i libri così. Gli inizi strepitosi dei libri sono quelli che ti tengono lì, incollato a leggere. Sono gli inizi che in un serto senso hanno già tutto quanto dentro, che ti dicono già come sarà tutto il resto. Sono quelli che uno poi si ricorda, trattiene dentro di se, per anni (sono troppo giovane per dire per sempre?)...

Ricordo ancora l'inizio bruciante de Il giovane Holden:
If you really want to hear about it, the first thing you'll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don't feel like going into it, if you want to know the truth.
Avevo 14 o 15 anni, o giù di li, e mi lasciò proprio secco. Il vecchio Holden... Lessi il libro un sacco di volte (sette, credo) e ancora oggi è uno dei ricordi letterari più vivi in me.

Un altro incipit incredibile è quello di Chiedi alla polvere di John Fante, con uno spaesatissimo Arturo Bandini in preda a rovelli esistenziali non da poco, risolti magistralmente:
One night I was sitting on the bed in my hotel room on Bunker Hill, down in the middle of Los Angeles. It was an important night in my life, because I had to make a decision about the hotel. Either I paid up or I got out: that was what the note said, the note the landlady had put under my door. A great problem, deserving acute attention. I solved it by turning out the lights and going to bed.
Poi come si fa a non ricordare Calvino ne Il barone rampante:
Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l'ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d'Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell'ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d'andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: – Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s'era vista disubbidienza più grave.
e il Cosimo Piovasco di Rondò che, incazzatissimo, pur di non mangiarsi le lumache si arrampica su un albero e non torna più giù. Mai più!

E poi c'è la meravigliosa perfezione dell'incipit di Cent'anni di solitudine:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cosí recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. 
Wow...

Comunque.

Mi è appena successo di aprire un libro, leggere la prima frase, il primo paragrafo, e pensare: corpo di mille balene!, allora è proprio vero che questo qua è un capolavoro... Lo so, lo hanno letto tutti e avrei dovuto averlo già letto pure io, me ne vergogno, comunque eccolo qui:
Call me Ishmael. Some years ago—never mind how long precisely—having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people's hats off—then, I account it high time to get to sea as soon as I can. This is my substitute for pistol and ball. With a philosophical flourish Cato throws himself upon his sword; I quietly take to the ship. There is nothing surprising in this. If they but knew it, almost all men in their degree, some time or other, cherish very nearly the same feelings towards the ocean with me.

Anche i finali sono chiaramente importantissimi. L'ultima frase di un libro può essere potentissima, dolcissima, violentissima, poeticissima, amarissima e tante altre cose... A volte l'ultima frase è così bella che dopo aver chiuso il libro non riesco a leggere più niente per giorni... 

Solo che i finali, si sa, non si possono raccontare...


Ecco. Tutto questo per dimostrare che Bisognerebbe Leggermi Ogni Giorno non è un blog di basso livello. Anzi. È una roba sofisticata e culturale, con tanto di citazioni letterarie - talvolta in lingua! per giunta.

Quello che proprio non riesco a capire è come mai questo blog non sia ancora diventato il più popolare d'Italia...

Che dire... So it goes...

"Poo-tee-weet?"