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domenica 22 novembre 2020

Kafka scansati

 Io non vorrei dire, ma mi son dovuto far fare un certificato medico per andare al lavoro.

lunedì 21 settembre 2020

Miracoli

Qui in Francia la strategia per fronteggiare il COVID consiste nel far finta che il COVID non esista. Tutto normale. Bar affollati, ristoranti aperti, eccetera. Tutto a posto, insomma.

E' per questo motivo che non mi sono stupito più di tanto quando sono stato più o meno obbligato a recarmi, per motivi di lavoro, in un paesello a 23 km da casa mia, che è ubicata nel centro di Parigi (vicino a Montparnasse, per essere precisi). Alla faccia del "incentivare il telelavoro"........

Piccolo dettaglio insignificante: per recarsi da casa mia al paesello in questione, e per arrivare in tempo all'appuntamento di lavoro, sarebbe stato necessario prendere la famigerata RER B (il treno urbano di Parigi) alle 8 di mattina. Che sarebbe l'ora di punta.

Ora, dal punto di vista delle probabilità di contagio COVID, restare per mezz'ora sulla RER B all'ora di punta equivale, probabilmente, ad entrare in un reparto ospedaliero dedicato ai malati di COVID e limonare a lungo con tutti i degenti.

Ho deciso quindi di andare in bici. Una cinquantina di chilometri, tra andata e ritorno. Troppo pochi, per spaventare uno come me.

Parto all'alba. Con google maps sul cellulare che, con voce ferma, mi indica la via. Pedalo pedalo pedalo. Il vento nei capelli. Parigi deserta. La pista ciclabile tutta per me. Bellissimo.

Poi a un certo punto google impazzisce e inizia a farmi girare in tondo su una rotonda. Al terzo giro, bestemmiando come un turco, prendo un'uscita a casaccio e mi allontando dalla maledettissima rotonda nella speranza che google ricalcoli il tragitto.

Tragitto ricalcolato. Bravo google!

Seguo le nuove istruzioni, che mi portano su stradine sempre più piccole, e infine mi conducono a una piccola foresta. Google dice di prendere il sentiero sterrato che scompare tra gli alberi. Tra mille perplessità, eseguo gli ordini.

"Ma dove minchia mi porti, google..."

Avanzo, e il sentiero si stringe, fino a diventare strettissimo. La foresta è molto bella, ma io ho un'appuntamento alle 9, e le probabilità di arrivare puntuale stanno precipitanndo. Maledetto google. Fanculo a goolge. Fanculo.

Non c'è nessuno nella foresta. Solo io che pedalo e bestemmio. A un certo punto raggiungo un crocicchio. Mi fermo. Google, come faccio a fidarmi di te, se mi porti in questi posti del cazzo... Google!

Poi, improvvisamente, dal fogliame della foresta, sbuca una bici. C'è un altro ciclista! Non sono solo! 

Il ciclista si avvicina, pedalando con zelo. Testa bassa, vedo solo il casco, e le braccia che ondeggiano al ritmo delle pedalate.

Il ciclista alza la testa quando è a pochi metri da me, e dice.

"Ma che minchia ci fai qui!"

E' F.! Lo conosco! Non sono l'unico ciclista italiano (!) nella foresta! C'è anche F.!

E' un miracolo. Non ho altre parole per definire questo incontro.

"No, che minchia ci fai tu qui!" rispondo, ridendo.

"Lavoro qui vicino".

E' un fottuto miracolo. Un fottuto miracolo.

Gli spiego. Mi sono perso.

"Seguimi!" mi dice. E mi riconduce alla civiltà. A un mondo fatto di strade asfaltate, di automobili, di smog e di case.

Arrivo a destinazione alle 9 meno un secondo.

Ce l'ho fatta. Ripeto tra me e me come un mantra, mentre non posso fare a meno di sghignazzare di soddisfazione.

Sudato da far schifo. Puzzo come Franchino in "Fantozzi subisce ancora". Mantenere il distanziamento sociale verrà naturale, penso.

Fine.





domenica 30 agosto 2020

Mascherine, distanziamento e bambine

Ieri sono andato al parco con la Tipsy. Tutti gli adulti avevano la mascherina, che adesso è obbligatoria anche all'aperto a Parigi. I bambini (sotto gli 11 anni) possono stare senza.

Al parco la Tipsy ha incontrato E., una sua vecchia compagna di asilo. Hanno giocato insieme e, quando è stato il momento di andare a casa, si sono salutate con un bacino sulla bocca.

 Dite che serve un ripassino delle norme base di distanziamento...?


martedì 23 giugno 2020

Suoceri, cardiopatie e anarco-consumismo

Pianificare le vacanze del migrante non è facile in tempi di covid.

Il migrante italiano, d'estate, vuole solo una cosa: ritornare in Italia. Dalla mamma (chi ce l'ha), dal sole (tutti tranne quelli di Cuneo), dal cibo, dal mare o (i meno fortunati) dalle montagne. Però il migrante, se ha la mia età, è spesso dotato di genitori anziani. E figli piccoli. Che vogliono passare insieme le vacanze.

Il che pone ovviamente un problema. Il migrante non può fare a meno di chiedersi: ma non è che poi viaggiando con l'aereo, o il treno, o il bus, mi prendo il virus e lo porto a casa, mettendo così a repentaglio la salute dei miei cari?

Bene.

Mio suocero compierà presto 80 anni ed è cardiopatico da praticamente sempre. Però ha dichiarato che vuole assolutamente vedere la Tipsy. Quindi abbiamo iniziato a scervellarci su come fare per portargli la Tipsy evitando di esporto a inutili rischi.

Il problema è diviso in due parti: il viaggio e la permanenza.

Per quanto riguarda il viaggio è chiaramente preferibile la evitare mezzi di trasporto comuni. Solo che la famiglia Dias è ecologggggica e non possiede un'automobile. Sono quindi partite febbrili ricerche di auto a noleggio a prezzi modici (i Dias non sono ricchi, ma proprio per niente). Insomma, cerchiamo, prenotiamo, mettiamo opzioni cancellabili su macchine di bassissima cilindrata. Eccetera. Una grandissima rottura di balle.

Poi, chiaramente, una volta in Italia, bisognerà fare attenzione. Evitare assembramenti, specialmente se in spazi chiusi, usare la mascherina nei negozi, lavarsi spesso le mani. Eccetera eccetera eccetera. Insomma, parola d'odrdine: prudenza, prudenza e prudenza!

Dopo svariate serate passate a organizzare sto delirio, sentiamo finalmente il suocero su skype e gli esponiamo il nostro piano, che lui rifiuta. Disapprova. Respinge.

Le date non gli vanno bene. Vuole stare più tempo con sua nipote. Dice ma perchè non la mandate giù prima in aereo? Eccetera.

E mentre noi cercavamo le parole per farlo ragionare e convincerlo ad accettare la nostra proposta, che era di gran lunga la più ragionevole e prudente, ha cambiato discorso, per dirci: "Ah, oggi sono andato a Ikea".

E' andato a Ikea.

Ikea.

A Milano.

Se ho capito bene non si è nemmeno comprato una mascherina.

Direi che non c'è nient'altro da aggiungere.



mercoledì 17 giugno 2020

Sulle conseguenze del confinamento: gli effetti di una dieta ipercalorica combinata a una pressoché assente attività fisica

C'è chi dice che l'umanità uscirà migliorata da questa pandemia. Che questa sarà l'occasione per ripensare il nostro modo di vivere, il nostro rapporto con gli altri, con la natura... I pessimisti, invece, dicono che ne usciremo peggio di prima, più gretti ed egoisti. Più stronzi. Il dibattito è infuocato.

Io ho una certezza.

Menoel ne uscirà diverso.

Ne uscirà con le tette.

giovedì 11 giugno 2020

L'ebbrezza della normalità

Ieri sera, dopo svariati mesi, la famiglia Dias è finalmente uscita per recarsi al baretto di fiducia, gestito da Cesar, un ruvido ma meraviglioso signore portoghese. Ed è stato bello vederlo sorridere da dietro la mascherina, mentra diceva alla Tipsy: ma come sei cresciuta!

Dopo un paio di birrette e chiacchiere con amici siamo rientrati a casa, senza nessuna voglia di preparare la cena. Vado da Farhat, il libanese, e prendo qualcosa da mangiare, ho detto. Il ristorante di Farhat non ha tavoli all'aperto, e quindi può solamente vendere il suo cibo da asporto, e in più per entrare dentro al ristorante e ordinare è obbligatoria la mascherina. Entrando, quindi, cerco di infilami la mascherina ma l'elastico si incastra negli occhiali rischiando di farli cadere.

"Poutain!" è stata quindi la prima cosa che ho esclamato varcando la soglia, mentre lottavo ancora con l'elastico.

E Farhat, appoggiato al bancone, braccia conserte e immacolato vestito bianco da chef, ha detto: "Eh sì, amico mio, di questi tempi va proprio così: poutain!"

venerdì 5 giugno 2020

COVID-19

Carissime.

Carissimi.

Ci siamo lasciati nel lontano Novembre del 2015, all'indomani dei drammatici attacchi terroristici a Parigi.  Nei mesi ed anni seguenti, il terrorisomo islamico internazionale è stato considerato  il pericolo numero uno per l'occidente. Tutti i mezzi di comunicazione di massa, all'unisono, ci hanno martellati con inquietanti notizie su uno Stato Islamico in espansione,  su foreign fighters che andavano e venivano tra i campi di battaglia siriani e le nostre città, sui lupi solitari, ovvero tranquilli e sorridenti vicini di casa arabi che da un giorno all'altro si sarebbero potuti trasformare in invasati kamikaze. Eccetera.

Più o meno nello stesso periodo iniziava la crisi dei migranti, resa ancora meno gestibile, anzi certamente amplificata da accadimenti quali la morte di Gheddafi e la guerra in Siria. Le prime pagine dei giornali si sono riempite di barconi stracarichi di miseria fermi al largo della Sicilia. E di leghisti intenti a farsi dei selfie. Eccetera.

Poi c'è stato un periodo probabilmente abbastanza breve, ma che a me è sembrato non passare mai, durante il quale non appena qualcuno cercasse di informarsi su qualsiasi questione, si vedeva parare davanti lo sguardo torvo di Greta Thunberg. Quello sguardo che era un'incrocio tra un "ricordati che devi morire", un "lo so benissimo che sei stato tu", o anche un "è tutta colpa tua". Eccetera.

Bene, ora la domanda che mi (vi) pongo è la seguente. Dove sono finiti tutti quanti? Terroristi, migranti, leghisti e ambientalisti. Dove sono finiti?

Chiedo per un amico.