Vorrei chiarire qui una cosa. Non so di cosa abbia parlato ieri Celentano. Non lo so*. Ve lo giuro. E non leggerò nessun articolo di giornale che possa in qualche modo farmelo sapere. Perché la cosa mi fa venire sonno**.
Scusate, ma ci tenevo a puntualizzarlo.
(Non mi dispiacerebbe un applauso, a questo punto. Così, giusto per dare un boost al mio ego***.)
Ora, senza perder tempo, torno alla mia principale occupazione, che come ben sapete è diventare famoso.
__________
* Per i pignoli: dai titoli dei giornali e dai post su Facebook ecc ecc so che centrava la chiesa cattolica. E basta.
** Se ci fosse stata ancora Teledurruti allora sarebbe stata tutta un'altra storia. Avrei seguito attentamente il discorso di Celentano nella certezza che Fulvio Abbate lo avrebbe commentato in uno dei suoi video. Teledurruti mi manca molto...
*** Lo so, il mio ego non ne ha bisogno. Ma mi piacerebbe comunque e davvero tanto. Dai, applaudite.
mercoledì 15 febbraio 2012
Blogroll 2 - Primavra 2012
No, non sono impazzito. Non credo veramente che sia già primavera. Non è un effetto collaterale dell'ammore (sì, con due emme), che scalda il cuore ecc ecc. E nemmeno un inconscio desiderio di sole e tepore primaverile. Qui fa ancora un freddo maiale, il che significa che siamo ancora in pieno inverno. La situazione mi è chiarissima. È tutto sotto controllo.
Il punto è che avevo promesso di aggiungere alla lista degli "Altri BLOG che bisognerebbe leggere ogni giorno" un massimo di 3 nuovi link a stagione. E io sono uno che mantiene le promesse.
Insomma, avendo già indicato i BLOG dell'inverno 2011/2012 qui, ecco a voi quelli della primavera 2012. Lo so, lo so, è febbraio, ma non mi diventerete mica così pignoli! Che cazzo!
Bene. Procediamo. I tre BLOG della primavera 2012 sono:
Il punto è che avevo promesso di aggiungere alla lista degli "Altri BLOG che bisognerebbe leggere ogni giorno" un massimo di 3 nuovi link a stagione. E io sono uno che mantiene le promesse.
Insomma, avendo già indicato i BLOG dell'inverno 2011/2012 qui, ecco a voi quelli della primavera 2012. Lo so, lo so, è febbraio, ma non mi diventerete mica così pignoli! Che cazzo!
Bene. Procediamo. I tre BLOG della primavera 2012 sono:
- Smila Blomma in UK ::: perché mi fa ridere,
- Memorie di una vagina ::: perché mi fa ridere (oggi sono originale), e infine,
- Diario di un emigrante italiano in America ::: perché mi fa ridere.
L'ultimo blog della lista è il primo blog tenuto da un maschietto ad entrare a far parte della sezione "Altri BLOG che bisognerebbe leggere ogni giorno". Il che mi induce a una riflessione. Come mai tutte queste donne? È una mia impressione o le donne scrivono di più degli uomini? E se sì, perché? E se no, perché?
Bene.
Intanto che ci sono aggiungo pure un po' di link nella lista "Mai più senza". Dato che qui si parla di libri e che ci piacciono quindi i libri, beccatevi Bookshelf porn. Imperdibile. E poi beccatevi anche Wulffmorgenthaler, che è un distillato di demenza. Poi per ultimo vi beccate pure This isn't happiness, tante belle immagini. Una chicca, davvero.
E adesso basta.
martedì 14 febbraio 2012
Il Network è il futuro. Il futuro è il Network.
Networking è la parola d'ordine, oggi. Costruire connessioni, rafforzare relazioni, allargare gli orizzonti, alimentare e espandere la rete di contatti. Networking vuol dire possibilità. Più possibilità. Vuol dire idee che si muovono, che viaggiano dentro fibre ottiche, codici binari che sfrecciano da un angolo all'altro del globo, portando con sé informazione. Zero uno zero uno zero uno. All'infinito. Networking significa idee che si incontrano. Idee che si confrontano e mutano e crescono e cambiano il mondo. Networking è rapidità. Networking è razionalizzazione, efficienza, ottimizzazione. Dinamismo. Velocità.
Networking è futuro. E non c'è futuro senza networking.
Per quello ci sono i social network professionali. Come Linkedin. Per aprire le porte. Per far diventare la realtà un caleidoscopio di opportunità. Per dirci e farci capire che il futuro è adesso, e che siamo giovani, sì!, giovani, perché il futuro può essere nostro. Adesso.
Bene. Ma ora basta con le puttanate. Parliamo seriamente.
Mi sono fatto una grandissima risata e gli ho chiesto il contatto. Che un pensionato nel Network non fa mai male.
Non so a voi, ma a me questa cosa è sembrata meravigliosa.
E il mio babbo è un genio (e questo lo sa).
Oggi, annoiatissimo di Facebook, ho cliccato su Linkedin e ho visto, tra i suggerimenti:
Linkedin, statemi bene a sentire, è roba da pensionati!
F.G., pensionato.F.G. è il mio babbo. Ha quasi 69 anni. E a quest'ora (11.56pm) molto probabilmente dorme (russando) sul divano davanti alla TV. Lui probabilmente non lo sa, ma con questo gesto eversivo ha polverizzato Linkedin. Lo ha frantumato. Ha gridato che il re è nudo.
Just joined Linkedin.
1 connection.
Linkedin, statemi bene a sentire, è roba da pensionati!
Mi sono fatto una grandissima risata e gli ho chiesto il contatto. Che un pensionato nel Network non fa mai male.
Non so a voi, ma a me questa cosa è sembrata meravigliosa.
E il mio babbo è un genio (e questo lo sa).
lunedì 13 febbraio 2012
L'educazione dei fanciulli
Leggendo questo post di volevofarelarockstar mi è venuta in mente una cosa.
Quando io e mio fratello P. eravamo piccoli, quindi un bel po' di tempo fa, ad un certo punto in casa mia cominciarono a sentirsi troppe parolacce. Sostanzialmente, a parte mia mamma, tutti dicevamo un sacco di parolacce. E si sa che non è bello esporre e/o abituare giovini animi candidi allo sproloquio. Quindi, in un apprezzabilissimo sforzo moralizzante, mia mamma istituì una multa di 50 lire per ogni parolaccia pronunciata. Il ricavato di questa campagna moralizzante sarebbe stato devoluto a non meglio identificati "bambini poveri".
[Permettetemi qui una breve divagazione. Ricordo che avevamo un barattolo di vetro a testa, io e mio fratello, da bambini. Sul barattoli erano appiccicate le figurine, ritagliate dalle pagine di Topolino, dei nostri rispettivi personaggi preferiti della Disney. Questi barattoli avevano dentro delle monete, che erano i nostri risparmi. Poi c'era un terzo barattolo, un po' più grande se non ricordo male, che era per i non meglio identificati "bambini poveri" di cui sopra. Per una questione di equità e cortesia, era stato deciso di appiccicare anche su quel barattolo una figurina ritagliata da Topolino, che era, immagino, quello che a nostro avviso sarebbe dovuto essere il personaggio Disney più popolare in orfanotrofi, baraccopoli, case popolari e così via. Non ricordo cosa ci fosse sul mio barattolo, né su quello di mio fratello, ma su quello dei bambini poveri c'erano Qui, Quo e Qua. Ricordo anche che una volta mia mamma dovendo uscire per fare la spesa aprì il portafoglio e si accorse di non avere contante. Ricordo anche che il mio suggerimento, "prendi i soldi dei bambini poveri!", non fu preso in considerazione.]
Insomma, l'idea era unire due nobili intenti: la purificazione del linguaggio utilizzato attorno al focolare domestico e aiutare i bisognosi. Chiaramente, trattandosi di soldi, serviva un tesoriere. Un amministratore. Ed essendo mio fratello il più piccolo della ditta, e quindi anche presumibilmente l'animo più puro, venne affidato a lui il compito di riscuotere i pagamenti. Aveva pure un foglietto dove segnava a matita le parolacce di ogni componente della famiglia ("Maaaammaaaa! Deficiente è una parolaccia?"). Le multe venivano riscosse e depositate nel barattolo di vetro con sopra Qui, Quo e Qua.
La cosa non funzionò. Probabilmente a causa della scarsa pressione esercitata da una sanzione di 50 lire. Diciamocelo, 50 lire sono uno scarso disincentivo. Anche per un bambino di 7 anni. Comunque, ricordo benissimo che quando mio babbo si incazzava cercava mio fratello, lo trovava e, con gli occhi iniettati di sangue e fuori dalle orbite, gli sbatteva sul tavolo 50 lire e poi (dopo, lo faceva dopo, gesto ammirevole!) sparava una gran parolaccia. Talvolta servivano anche più monete. Nel caso mio fratello non fosse a portata di mano poteva anche capitare che mio babbo urlasse, da un piano all'altro della casa dove vivevamo un: "P.! Segna!" e poi giù con la parolaccia (sempre chiaramente udibile dalle vergini orecchie di P., che allora avrà avuto 7 o 8 anni, e dalle mie, di un anno più anziane).
Devo dire che ci siamo divertiti.
Alle volte mia mamma, la furia moralizzatrice, si incazzava pure lei di fronte a queste palesi violazioni della legge domestica da lei (inutilmente) introdotta, però altre volte semplicemente scappava da ridere anche a lei. E non riusciva a nasconderlo. Quindi poi ridevamo tutti.
È stato un momento molto educativo. Davvero. Lo dico seriamente.
Però non ho mai capito dove finissero i soldi che mettevamo nel barattolo di Qui, Quo e Qua.
Quando io e mio fratello P. eravamo piccoli, quindi un bel po' di tempo fa, ad un certo punto in casa mia cominciarono a sentirsi troppe parolacce. Sostanzialmente, a parte mia mamma, tutti dicevamo un sacco di parolacce. E si sa che non è bello esporre e/o abituare giovini animi candidi allo sproloquio. Quindi, in un apprezzabilissimo sforzo moralizzante, mia mamma istituì una multa di 50 lire per ogni parolaccia pronunciata. Il ricavato di questa campagna moralizzante sarebbe stato devoluto a non meglio identificati "bambini poveri".
[Permettetemi qui una breve divagazione. Ricordo che avevamo un barattolo di vetro a testa, io e mio fratello, da bambini. Sul barattoli erano appiccicate le figurine, ritagliate dalle pagine di Topolino, dei nostri rispettivi personaggi preferiti della Disney. Questi barattoli avevano dentro delle monete, che erano i nostri risparmi. Poi c'era un terzo barattolo, un po' più grande se non ricordo male, che era per i non meglio identificati "bambini poveri" di cui sopra. Per una questione di equità e cortesia, era stato deciso di appiccicare anche su quel barattolo una figurina ritagliata da Topolino, che era, immagino, quello che a nostro avviso sarebbe dovuto essere il personaggio Disney più popolare in orfanotrofi, baraccopoli, case popolari e così via. Non ricordo cosa ci fosse sul mio barattolo, né su quello di mio fratello, ma su quello dei bambini poveri c'erano Qui, Quo e Qua. Ricordo anche che una volta mia mamma dovendo uscire per fare la spesa aprì il portafoglio e si accorse di non avere contante. Ricordo anche che il mio suggerimento, "prendi i soldi dei bambini poveri!", non fu preso in considerazione.]
Insomma, l'idea era unire due nobili intenti: la purificazione del linguaggio utilizzato attorno al focolare domestico e aiutare i bisognosi. Chiaramente, trattandosi di soldi, serviva un tesoriere. Un amministratore. Ed essendo mio fratello il più piccolo della ditta, e quindi anche presumibilmente l'animo più puro, venne affidato a lui il compito di riscuotere i pagamenti. Aveva pure un foglietto dove segnava a matita le parolacce di ogni componente della famiglia ("Maaaammaaaa! Deficiente è una parolaccia?"). Le multe venivano riscosse e depositate nel barattolo di vetro con sopra Qui, Quo e Qua.
La cosa non funzionò. Probabilmente a causa della scarsa pressione esercitata da una sanzione di 50 lire. Diciamocelo, 50 lire sono uno scarso disincentivo. Anche per un bambino di 7 anni. Comunque, ricordo benissimo che quando mio babbo si incazzava cercava mio fratello, lo trovava e, con gli occhi iniettati di sangue e fuori dalle orbite, gli sbatteva sul tavolo 50 lire e poi (dopo, lo faceva dopo, gesto ammirevole!) sparava una gran parolaccia. Talvolta servivano anche più monete. Nel caso mio fratello non fosse a portata di mano poteva anche capitare che mio babbo urlasse, da un piano all'altro della casa dove vivevamo un: "P.! Segna!" e poi giù con la parolaccia (sempre chiaramente udibile dalle vergini orecchie di P., che allora avrà avuto 7 o 8 anni, e dalle mie, di un anno più anziane).
Devo dire che ci siamo divertiti.
Alle volte mia mamma, la furia moralizzatrice, si incazzava pure lei di fronte a queste palesi violazioni della legge domestica da lei (inutilmente) introdotta, però altre volte semplicemente scappava da ridere anche a lei. E non riusciva a nasconderlo. Quindi poi ridevamo tutti.
È stato un momento molto educativo. Davvero. Lo dico seriamente.
Però non ho mai capito dove finissero i soldi che mettevamo nel barattolo di Qui, Quo e Qua.
sabato 11 febbraio 2012
Books I read 4 - La ragazza dai capelli strani, David Foster Wallace
La ragazza dai capelli strani inizia così:
Non è facile scrivere o dire qualcosa su David Foster Wallace senza sentirsi banali. O, per lo meno, non lo è per me. E forse è per questo che quando ne parlo, di David Foster Wallace, e mi succede spesso - i miei amici appena mi sentono pronunciare il suo nome alzano con rassegnazione gli occhi al cielo e sbuffano - mi ritrovo sempre a parlare di me, di quanto mi sia piaciuto qualcosa che ha scritto, di quanto mi sia piaciuto come lo ha scritto, di quanto mi abbia fatto ridere, o fatto felice, o triste. O della tranquillità surreale e spaesante che ho sentito dopo aver letto l'ultima frase del suo monumentale capolavoro, Infinite Jest. Parlare di quello che mi è successo e mi succede quando leggo David Foster Wallace è l'unico modo che ho per parlarne ed evitare di sentirmi volgarmente banale. È l'unico modo onesto che ho di parlarne.
Quindi salterò tutta la parte di recensione in cui si dovrebbe forse dire che questo scrittore è un genio e parlare dell'immane contributo che ha dato alla letteratura bla bla bla e vi dirò che per me David Foster Wallace è lo scrittore che ha scritto quello che probabilmente considero il romanzo più travolgente che abbia mai letto in vita mia, che è Infinite Jest. Vi dirò che sono venuto a conoscenza dei libri di Wallace pochi anni fa, quando lui già non c'era più, e il suo non esserci più mi è sembrata (con mio stupore) una cosa assurda e molto triste. E vi dirò, perché è questo di cui devo parlare qui, che i racconti che compongono la raccolta La ragazza dal capelli strani sono dei racconti che non so descrivere in altro modo se non dicendo che mentre li leggevo mi sentivo a casa. Perché il modo in cui sono scritti, nella sua estrema e non convenzionale bellezza, è di una incredibile e fluida e assurda naturalezza. Sono racconti poetici, nevrotici e spericolati. Leggeteli.
Il primo racconto della raccolta si intitola Piccoli animali senza espressione e parla di Julie Smith, ragazza ventenne che stravince più di settecento puntate consecutive di un quiz a premi televisivo massacrando con furia tutti gli avversari, ma si accartoccia e ripiega su se stessa non appena le luci dello studio televisivo si abbassano e lo show finisce.
Poi c'è il racconto che dà il titolo al libro, dove un giovane e ricchissimo repubblicano si accompagna a un gruppo di sbandati punk-rockers, e racconta in prima persona, facendo dubitare il lettore della sua completa sanità mentale, le avventure di questa sconclusionata e incongrua gang che si reca a un concerto di Keith Jarret:
È il 1976. Il cielo è basso e pieno di nubi. Le nubi grigie sono bitorzolute, increspate e lucenti. Il cielo ha un aspetto cerebrale. Sotto il cielo c'è un campo, nel vento.ed è un libro di racconti di 319 pagine di David Foster Wallace.
Non è facile scrivere o dire qualcosa su David Foster Wallace senza sentirsi banali. O, per lo meno, non lo è per me. E forse è per questo che quando ne parlo, di David Foster Wallace, e mi succede spesso - i miei amici appena mi sentono pronunciare il suo nome alzano con rassegnazione gli occhi al cielo e sbuffano - mi ritrovo sempre a parlare di me, di quanto mi sia piaciuto qualcosa che ha scritto, di quanto mi sia piaciuto come lo ha scritto, di quanto mi abbia fatto ridere, o fatto felice, o triste. O della tranquillità surreale e spaesante che ho sentito dopo aver letto l'ultima frase del suo monumentale capolavoro, Infinite Jest. Parlare di quello che mi è successo e mi succede quando leggo David Foster Wallace è l'unico modo che ho per parlarne ed evitare di sentirmi volgarmente banale. È l'unico modo onesto che ho di parlarne.
Quindi salterò tutta la parte di recensione in cui si dovrebbe forse dire che questo scrittore è un genio e parlare dell'immane contributo che ha dato alla letteratura bla bla bla e vi dirò che per me David Foster Wallace è lo scrittore che ha scritto quello che probabilmente considero il romanzo più travolgente che abbia mai letto in vita mia, che è Infinite Jest. Vi dirò che sono venuto a conoscenza dei libri di Wallace pochi anni fa, quando lui già non c'era più, e il suo non esserci più mi è sembrata (con mio stupore) una cosa assurda e molto triste. E vi dirò, perché è questo di cui devo parlare qui, che i racconti che compongono la raccolta La ragazza dal capelli strani sono dei racconti che non so descrivere in altro modo se non dicendo che mentre li leggevo mi sentivo a casa. Perché il modo in cui sono scritti, nella sua estrema e non convenzionale bellezza, è di una incredibile e fluida e assurda naturalezza. Sono racconti poetici, nevrotici e spericolati. Leggeteli.
Il primo racconto della raccolta si intitola Piccoli animali senza espressione e parla di Julie Smith, ragazza ventenne che stravince più di settecento puntate consecutive di un quiz a premi televisivo massacrando con furia tutti gli avversari, ma si accartoccia e ripiega su se stessa non appena le luci dello studio televisivo si abbassano e lo show finisce.
Poi c'è il racconto che dà il titolo al libro, dove un giovane e ricchissimo repubblicano si accompagna a un gruppo di sbandati punk-rockers, e racconta in prima persona, facendo dubitare il lettore della sua completa sanità mentale, le avventure di questa sconclusionata e incongrua gang che si reca a un concerto di Keith Jarret:
Keith Jarret è un negro che suona il pianoforte. A me piace moltissimo vedere i negri esibirsi in tutti i campi delle arti dello spettacolo. Trovo che siano una razza talentuosa e incantevole di artisti, che sono spesso molto divertenti. In particolare mi piace guardare le esibizioni dei negri da una certa distanza, perché da vicino spesso hanno un odore sgradevole.Un'altro tra i racconti che più mi sono piaciuti è Lyndon, storia romanzata della presidenza americana di Lyndon Johnson, raccontata da uno dei suoi assistenti personali:
"Mi chiamo Lyndon Baines Johnson. Quel cazzo di pavimento che hai sotto i piedi è mio, ragazzo."E l'ultimo racconto del libro, È tutto verde, sono semplicemente tre pagine di delicata poesia. Lei, Mayfly, è seduta e guarda verso la finestra, lui, invece, guarda lei:
Da dov'è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c'è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. E lei è la mia mattina. Dite il suo nome.
venerdì 10 febbraio 2012
Cose
È strano, ma a volte è l'intensità di certe giornate a ricordarti, sottovoce e a tarda notte (ebbene sì, proprio come farebbe il vecchio Marzullo) che è arrivata l'ora di avere sonno.
Ok.
Cose importanti, sparse, ma in ordine cronologico:
Ok.
Cose importanti, sparse, ma in ordine cronologico:
- L'omino svogliato con la paletta rossa "Stop Scuola" che sta in mezzo alla strada deserta, nel quartiere dove lavoro, ad aspettare bambini, grembiulini e cartelle che non arriveranno mai (perché sospetto che la scuola più vicina sia a svariati chilometri di distanza) ha un'aiutante. Ebbene sì. Un donnone grosso e nero che oggi aveva enormi difficoltà a infilarsi un microscopico giubbetto giallo fluorescente con su scritto una roba tipo "Servizio scuole parigine". Insomma, non solo li umiliano mettendoli a fare gli attraversatori pedonali per scolaretti in una strada senza macchine e lontana mille miglia dalla scuola più vicina, ma li ridicolizzano pure con delle mises sgargianti di svariate taglie troppo strette. Non resta che sospirare tristemente: "Perché tanto odio?"*.
- Oggi ho ricevuto una delle mail lavorative più assurde di ogni tempo. Diceva più o meno così: "Salve Egregio Manoel, a proposito della conferenza a cui lei è stato invitato come relatore volevamo dirle che siamo nella merda più totale. Sa com'è. La crisi che attanaglia l'Europa e specialmente la nostra adorata Spagna, paese in cui, per l'appunto, si svolgerà la conferenza alla quale lei è stato invitato. Insomma. Siamo imbarazzati. Vorremmo offrirle, come ovviamente si fa con tutti i relatori invitati, di non pagare il registration fee per la suddetta conferenza. Però se lei preferisse pagarlo (sarebbero 300 euro) glie ne saremmo davvero molto grati. Chiaramente se non lo vuole pagare non c'è nessun problema. Troveremo il modo. Ma se lei potesse... Insomma, faccia lei. Mettiamola così. Diciamo che è opzionale!". Opzionale? Mi stanno davvero dicendo che posso pagare 300 euri oppure no? Che posso scegliere liberamente tra pagare 300 euri e non pagarli? Bene, cari amici, ora spremetevi le meningi e suggeritemi una risposta che, in quanto ad assurdità possa competere con una mail così. Un premio a chi suggerisce la risposta più assurda.
- Ho preso una birretta con S., il tizio che (per primo, e fino ad ora unico) mi ha smascherato (maledetto!). Mi ha chiesto spiegazioni sul perché cazzo non usi il mio cazzo di nome per questo cazzo di blog. Gli ho risposto.
- Ho appena parlato per circa settecento ore su Skype® con quello schianto di donna che è la mia donna e abbiamo litigato e discusso e ci siamo accusati e non capiti e stufati e irritati e imbronciati e incattiviti e arrabbiati e spaventati e angosciati e anche un po' gridati e forse insultati. E abbiamo concluso che ci amiamo davvero tantissimo. Che non è poi così male, come buonanotte.
Fine.
__________
* Chi capisce la citazione si merita un post tutto per lui/lei su un argomento a sua insindacabile scelta.
mercoledì 8 febbraio 2012
Premio (meritatissimo)
Alex V e Midori sono due donne meravigliose. Probabilmente le due donne più meravigliose che si possano incontrare bazzicando tra i blog. Sono simpatiche, intelligenti e bellissime. Persone di classe, raffinate, di gusto. E sexy. Super sexy. Da lasciarti senza fiato. Eccetera.*
Insomma, Alex V e Midori in questo loro post, per il quale le ringrazio sentitamente, mi hanno premiato come "Versatile blogger" (facile da tradurre in italiano, basta invertire l'ordine delle parole: blogger versatile). È chiaro che questo è destinato ad essere il primo di una lunghissima serie di premi che questo blog riceverà durante il (rapidissimo, non ci sono dubbi) cammino verso la popolarità e notorietà assolute. Verso l'inevitabile celebrità. Verso la gloria. Eccetera.**
Ora, se non ho capito male, il premio funziona così: devo dire 7 cose su di me, e poi devo scegliere altri vincitori (e informarli).
Procediamo con ordine.
Sette cose su di me:
1) Manoel O. Dias, in realtà, non si chiama Manoel O. Dias.
2) Manoel O. Dias non vi dirà mai e poi mai come si chiama veramente (a meno che non lo scopriate voi, non so negare l'evidenza).
3) Manoel O. Dias è innamorato e felice.
3) Manoel O. Dias vive a Parigi da un paio d'anni.
4) Manoel O. Dias mangia troppa cioccolata, ma non si sente in colpa per questo. Anzi, la ritiene una bella cosa.
5) Manoel O. Dias presto sarà famoso.
6) Inspiegabilmente, e nonostante tutto, Manoel O. Dias è una persona tutto sommato modesta.
7) Riassumendo, Manoel O. Dias è una persona meravigliosa.
Premio Versatile Blogger:
Mi è stato detto che non si può premiare chi ti ha premiato, quindi non posso mettere nella lista dei premiati (come vorrei) quelle due bombe sexy di Alex V* e Midori*, per cui la lista si riduce a un solo blog.
FINE
__________
* Mi hanno chiesto di ringraziarle per ciò che segue. Spero basti.
** Sento già alcuni di voi sbuffare e dire Ma basta con questa fissa della notorietà! Basta! e invece no, sono in fissa e ci resto, voglio essere famoso, ok? Me lo merito, perdio!
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martedì 7 febbraio 2012
Stop scuola
Da un paio d'anni lavoro vicino al bordo sud di Parigi, a poche decine di metri all'interno del Boulevard Peripherique. È un quartiere che, mi hanno detto, fino a pochi anni fa praticamente non c'era. Quindi un sacco di edifici moderni, architetture bizzarre e colorate. Vetro, tanto vetro sulle pareti di banche parallelepipedeggianti e sonnecchianti al bordo della strada. E poi una scultura fatta di tanti grossi massi messi un po' a caso, che mi è sembrata piuttosto insignificante fino al giorno in cui sono inciampato sulla targhetta di bronzo che ne annuncia il nome, "Hommage à Charlie Parker". E tutto allora mi è sembrato diverso.
Dunque, una città moderna è quello che si vede uscendo dalla stazione della RER, una città sfavillante, lucente, dinamica.
Ma questa è, come spesso accade, solamente metà della storia. Sì, perché se uscendo dalla stazione della RER invece di guardare dritto si guarda a destra, il nulla. Non c'è nulla. Transenne di cantieri edili, il cielo grigio d'inverno, e uno scheletro di casa in costruzione in lontananza, dolmen grigio su sfondo grigio. Anche la strada, che sulla sinistra sfreccia diritta tra i palazzoni, a destra sembra perdere sicurezza e determinazione e dopo qualche decina di metri si rassegna e muore.
Signore e signori, Parigi finisce qui. È un po' come essere alla fine del mondo. Ma il mondo vecchio, quello piatto, che aveva un bordo brusco, dove tutto spariva all'improvviso.
Insomma, c'era questo signore, di colore, tarchiato e con la faccia larga e serena, che incontravo spesso al mattino, uscendo dalla stazione della RER, alla fine di Parigi. Un'età tra i trenta e i quaranta, e stava sempre lì, in mezzo alla strada, tutto coperto da un piumino, una sciarpa e una berretta calata fino alle sopracciglia. Stava in mezzo alla strada, di fianco alle strisce pedonali, e stringeva in una mano una paletta rotonda e rossa con su scritto "Stop scuola".
Ora, io vi posso giurare che sono due anni che attraverso quella strada ogni mattina e non ho mai visto uno, dico uno!, scolaretto col la cartella in spalla. Se poi si aggiunge il fatto che io (scandalosamente) vado al lavoro alle 11, la cosa diventa ancora più incongrua. Per quale motivo ci si dovrebbe aspettare lo sgambettare di cartelle e zainetti a quell'ora? E poi: ma a cosa serve un lollipop-man nella strada meno trafficata di Parigi? Passano davvero pochissime macchine da lì. La strada non porta da nessuna parte, quindi praticamente zero macchine. Perché mai, quindi, qualcuno dovrebbe aver bisogno di un attraversatore pedonale? Per fare attraversare chi?
E infatti non ho mai visto nessuno aspettare il segnale del mio amico lollipop-man per attraversare quella strada. Anarchia totale. Anarchia senza sensi di colpa: ognuno passa quando vuole. E alle volte sembrava quasi che fosse lui ad inseguire i passanti, un po' in apprensione, per essere pronto, in posizione - le braccia allargate e l'inutilissima paletta agitata al vento - al momento del loro attraversamento.
Nessun scolaretto all'orizzonte. Mai. Una scena surreale. Ma, nonostante tutto, lui era lì. Serio in maniera quasi solenne. Serio e ligio, convinto e contento di fare bene, e apparentemente incurante della spaesata comicità del tutto. La faccia ferma ma sorridente, e la paletta rossa. Si vedeva che ci metteva dell'impegno, tutto qui.
Ora c'è un altro tizio, alle strisce pedonali. Bianco, tra i quaranta e i cinquanta, piccoletto, magrolino e annoiato. Si vede che non si impegna. Si vede che è svogliato e tira via. Si vede che non ci mette l'anima.
Peccato. Non è più la stessa cosa.
Dunque, una città moderna è quello che si vede uscendo dalla stazione della RER, una città sfavillante, lucente, dinamica.
Ma questa è, come spesso accade, solamente metà della storia. Sì, perché se uscendo dalla stazione della RER invece di guardare dritto si guarda a destra, il nulla. Non c'è nulla. Transenne di cantieri edili, il cielo grigio d'inverno, e uno scheletro di casa in costruzione in lontananza, dolmen grigio su sfondo grigio. Anche la strada, che sulla sinistra sfreccia diritta tra i palazzoni, a destra sembra perdere sicurezza e determinazione e dopo qualche decina di metri si rassegna e muore.
Signore e signori, Parigi finisce qui. È un po' come essere alla fine del mondo. Ma il mondo vecchio, quello piatto, che aveva un bordo brusco, dove tutto spariva all'improvviso.
Insomma, c'era questo signore, di colore, tarchiato e con la faccia larga e serena, che incontravo spesso al mattino, uscendo dalla stazione della RER, alla fine di Parigi. Un'età tra i trenta e i quaranta, e stava sempre lì, in mezzo alla strada, tutto coperto da un piumino, una sciarpa e una berretta calata fino alle sopracciglia. Stava in mezzo alla strada, di fianco alle strisce pedonali, e stringeva in una mano una paletta rotonda e rossa con su scritto "Stop scuola".
Ora, io vi posso giurare che sono due anni che attraverso quella strada ogni mattina e non ho mai visto uno, dico uno!, scolaretto col la cartella in spalla. Se poi si aggiunge il fatto che io (scandalosamente) vado al lavoro alle 11, la cosa diventa ancora più incongrua. Per quale motivo ci si dovrebbe aspettare lo sgambettare di cartelle e zainetti a quell'ora? E poi: ma a cosa serve un lollipop-man nella strada meno trafficata di Parigi? Passano davvero pochissime macchine da lì. La strada non porta da nessuna parte, quindi praticamente zero macchine. Perché mai, quindi, qualcuno dovrebbe aver bisogno di un attraversatore pedonale? Per fare attraversare chi?
E infatti non ho mai visto nessuno aspettare il segnale del mio amico lollipop-man per attraversare quella strada. Anarchia totale. Anarchia senza sensi di colpa: ognuno passa quando vuole. E alle volte sembrava quasi che fosse lui ad inseguire i passanti, un po' in apprensione, per essere pronto, in posizione - le braccia allargate e l'inutilissima paletta agitata al vento - al momento del loro attraversamento.
Nessun scolaretto all'orizzonte. Mai. Una scena surreale. Ma, nonostante tutto, lui era lì. Serio in maniera quasi solenne. Serio e ligio, convinto e contento di fare bene, e apparentemente incurante della spaesata comicità del tutto. La faccia ferma ma sorridente, e la paletta rossa. Si vedeva che ci metteva dell'impegno, tutto qui.
Ora c'è un altro tizio, alle strisce pedonali. Bianco, tra i quaranta e i cinquanta, piccoletto, magrolino e annoiato. Si vede che non si impegna. Si vede che è svogliato e tira via. Si vede che non ci mette l'anima.
Peccato. Non è più la stessa cosa.
giovedì 2 febbraio 2012
Books I read 3 - Q, Luther Blisset
Q inizia così:
Per prima cosa alcune piccolezze estetiche che, pur nella loro piccolezza estetica, importano. Prendete la prima frase, per esempio. La lettera maiuscola dopo i due punti. Poi un uso eccessivo dei punti esclamativi, a volte multipli (!!!), altre volte affiancati a punti interrogativi, con (! ?) o senza (!?) spazio interposto. Poi dialoghi che iniziano con un "Oh!", a scimmiottare (un po' grossolanamente) il parlato colloquiale. Mi darete del fissato, ma penso che l'estetica della pagina stampata sia importante. E non penso di essere un purista, non credo che ci sia un modo di scrivere le cose (maiuscole dopo i punti, virgolette a cingere i dialoghi, eccetera). Credo che lo stile, anche tipografico, possa far parte dello stile di uno scrittore. Prendete Saramago, per esempio, o McCarthy, che mescolano i dialoghi al narrato, o Celine che sembra mettere le virgole a caso, o Vonnegut che infila disegnini tra le pagine dei suoi libri. Tutta questa roba è esteticamente impeccabile. Dà piacere. Sfogliare quelle pagine è bellissimo. Le pagine di Q, invece, a mio parere non lo sono, impeccabili, e queste sbavature a volte (mi) irritano un po'.
Q è un romanzo storico, ambientato nel periodo della riforma e controriforma Luterana. Quasi 40 anni di storia, e come scenario le città europee che ne sono state protagoniste, prima in Germania, poi in Olanda e infine in Italia. Il protagonista è un eretico che si ritrova coinvolto, talvolta come combattente e talvolta come fuggiasco, in tutte le principali sollevazioni, lotte e complotti religiosi dell'epoca: la rivolta dei contadini, la presa e la caduta di Münster, la persecuzione degli eretici anabattisti, la stampa e la diffusione di libri messi all'indice dalla chiesa di Roma. In tutte queste vicende il protagonista si imbatte, senza però mai incontrarlo, in Q, Quoèlet, una spia itinerante al servizio del cardinale Gian Pietro Carafa, che da Roma coordina la repressione dei movimenti eretici in tutta Europa e allo stesso tempo cerca di contrastare le idee Luterane. Per gran parte del libro Q compare solamente attraverso le lettere che lui stesso scrive a Carafa, lettere che contengono i resoconti delle sue investigazioni. Q scrive anche ai capi dei movimenti anabattisti, e si infiltra tra di loro, fingendosi amico e complice e inducendoli a commettere errori fatali.
Dunque l'eretico anabattista e i suoi compagni sono i buoni, Q è il cattivo. E i loro reciproci inseguimenti da un capo all'altro d'Europa sono raccontati col ritmo incalzante che costituisce indubbiamente l'aspetto migliore del libro. Molto, forse tutto, si gioca sul mistero dell'identità di Q, e devo dire che, benché la tensione resti sempre altissima per tutto il libro, la rivelazione finale sulla sua vera identità appare un po' deludente, quasi incongrua.
Il punto è che in Q i "buoni", qualsiasi cosa questa parola significhi, spesso sono buoni in maniera un po' stucchevole e caricaturalmente idealista, mentre i "cattivi", qualsiasi cosa questa parola significhi, lo sono in maniera molto meno irritante. Quindi, come ha detto saggiamente e simpaticamente N., il rischio è di ritrovarsi, ad un certo punto, a tifare per Q e desiderare la morte di tutti gli anabattisti. Cosa che, tra l'altro, più o meno avviene.
Sulla prima pagina è scritto: Nell'affresco sono una delle figure di sfondo.ed è un libro di 643 pagine che ho letto in pochi giorni ma mi ha lasciato un po' perplesso.
Per prima cosa alcune piccolezze estetiche che, pur nella loro piccolezza estetica, importano. Prendete la prima frase, per esempio. La lettera maiuscola dopo i due punti. Poi un uso eccessivo dei punti esclamativi, a volte multipli (!!!), altre volte affiancati a punti interrogativi, con (! ?) o senza (!?) spazio interposto. Poi dialoghi che iniziano con un "Oh!", a scimmiottare (un po' grossolanamente) il parlato colloquiale. Mi darete del fissato, ma penso che l'estetica della pagina stampata sia importante. E non penso di essere un purista, non credo che ci sia un modo di scrivere le cose (maiuscole dopo i punti, virgolette a cingere i dialoghi, eccetera). Credo che lo stile, anche tipografico, possa far parte dello stile di uno scrittore. Prendete Saramago, per esempio, o McCarthy, che mescolano i dialoghi al narrato, o Celine che sembra mettere le virgole a caso, o Vonnegut che infila disegnini tra le pagine dei suoi libri. Tutta questa roba è esteticamente impeccabile. Dà piacere. Sfogliare quelle pagine è bellissimo. Le pagine di Q, invece, a mio parere non lo sono, impeccabili, e queste sbavature a volte (mi) irritano un po'.
Q è un romanzo storico, ambientato nel periodo della riforma e controriforma Luterana. Quasi 40 anni di storia, e come scenario le città europee che ne sono state protagoniste, prima in Germania, poi in Olanda e infine in Italia. Il protagonista è un eretico che si ritrova coinvolto, talvolta come combattente e talvolta come fuggiasco, in tutte le principali sollevazioni, lotte e complotti religiosi dell'epoca: la rivolta dei contadini, la presa e la caduta di Münster, la persecuzione degli eretici anabattisti, la stampa e la diffusione di libri messi all'indice dalla chiesa di Roma. In tutte queste vicende il protagonista si imbatte, senza però mai incontrarlo, in Q, Quoèlet, una spia itinerante al servizio del cardinale Gian Pietro Carafa, che da Roma coordina la repressione dei movimenti eretici in tutta Europa e allo stesso tempo cerca di contrastare le idee Luterane. Per gran parte del libro Q compare solamente attraverso le lettere che lui stesso scrive a Carafa, lettere che contengono i resoconti delle sue investigazioni. Q scrive anche ai capi dei movimenti anabattisti, e si infiltra tra di loro, fingendosi amico e complice e inducendoli a commettere errori fatali.
Dunque l'eretico anabattista e i suoi compagni sono i buoni, Q è il cattivo. E i loro reciproci inseguimenti da un capo all'altro d'Europa sono raccontati col ritmo incalzante che costituisce indubbiamente l'aspetto migliore del libro. Molto, forse tutto, si gioca sul mistero dell'identità di Q, e devo dire che, benché la tensione resti sempre altissima per tutto il libro, la rivelazione finale sulla sua vera identità appare un po' deludente, quasi incongrua.
Il punto è che in Q i "buoni", qualsiasi cosa questa parola significhi, spesso sono buoni in maniera un po' stucchevole e caricaturalmente idealista, mentre i "cattivi", qualsiasi cosa questa parola significhi, lo sono in maniera molto meno irritante. Quindi, come ha detto saggiamente e simpaticamente N., il rischio è di ritrovarsi, ad un certo punto, a tifare per Q e desiderare la morte di tutti gli anabattisti. Cosa che, tra l'altro, più o meno avviene.
mercoledì 1 febbraio 2012
Blogroll 1 - Inverno 2011/2012
Allora, ho deciso di aggiungere dei blog nel blogroll qui di fianco.
Siccome blogroll è una parola che trasuda stronza giovinezza e indisponente coolaggine, e per la quale, di conseguenza, io provo assoluto orrore, ho deciso di tradurre liberamente questa schifosa parola inglese con la frase in italiano: "Altri BLOG che andrebbero letti ogni giorno".
Ne aggiungerò fino a un massimo di 3 a stagione (mi piace da matti darmi un sacco di regole che poi forse non rispetterò...). Ecco quelli dell'inverno 2011/2012.
Ne aggiungerò fino a un massimo di 3 a stagione (mi piace da matti darmi un sacco di regole che poi forse non rispetterò...). Ecco quelli dell'inverno 2011/2012.
- Vediamo, dai ::: È stata la prima Pazza Furente, e inoltre mi fa ridere specialmente quando parla del clash culturale Italo-Austriaco (io ho vissuto quello Italo-Tedesco, molto simile, e mi piace sempre tanto ripensare a quegli anni).
- Tè agli elefanti ::: Alex V e Midori, studentesse, lavorano sotto copertura. Proprio come me. E poi son carinissime tra esami da preparare e vita da coinquiline.
- Machedavvero? ::: Forse un BLOG un po' troppo atteggiato, in carriera e professionale, ma è vero che sono entrato nel giro commentando i suoi post, che si lasciano leggere molto gradevolmente.
Ecco. Fatto.
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