mercoledì 29 maggio 2013

Tragedia

Con uno scarno comunicato (qui), l'editore Baldini Castoldi Dalai annuncia la chiusura (temporanea, dicono, per ora i fatti sono che il numero di maggio non è uscito) della storica rivista Linus.

Ci sono rimasto secco.

Linus era l'unica cosa (forse insiema a Internazionale, forse) che riuscissi a leggere senza annoiarmi o arrabbiarmi o sentirmi un po' in imbarazzo durante i miei brevi soggiorni in Italia. Era un appuntamento fisso. Andare in edicola e cercare Linus. Una routine bella e rassicurante.

Leggo Linus da quando avevo 13 o 14 anni. Ricordo che all'epoca Linus era in formato "libretto" (15 x 21 cm) e io saltavo quasi tutti gli articoli e leggevo solo le strisce. E che srisce! Insieme agli immancabili Peanuts si sono alternati lungo gli anni B.C., Calvin & Hobbes, Beetle Bailey, Liberty Meadows, Wizard of Id, Monty, Dilbert, Doonesbury, Big Sleeping, Kaput & Zosky...

...e gli editoriali di OdB, che dalla sua nuvoletta stà sicuramente scuotendo la testa in segno di grande e triste disapprovazione.

Poi nel 1992, a seguito di una campagna pubblicitaria che diceva qualcosa tipo "dal prossimo numero ritorniamo grandi", Linus ritornò al formato "rivista" e io proprio in quel perido iniziai a leggerne non solo le pagine illustrate, ma anche quelle riempite di articoli. E per un attimo mi illusi di essere diventato grande.

Poi c'era la Zonker's zone, la rubrica curata da Enzo Baldoni, con annessa mailing list di pazzi furenti che frequentai solo di striscio, per pochi mesi, restandone affascinato. E quando Enzo morì in Iraq fu davvero come se morisse una persona a me vicina.

E c'è una cosa che mi piace raccontare quando parlo di Linus. A un certo punto, non ricordo chi fosse il direttore in quegli anni (non OdB, potete scommetterci), Linus cercò di cambiare stile, di ringiovanirsi, di diventare più alla moda. Ricordo che alzai le sopracciglia, perplesso e incredulo, tenendo in mano una copia appena acquistata di Linus dalla cui copertina Homer Simpson diceva "Doh!"*. Poi la aprii e inoridii di fronte a una nuova rubrica curata dai dee-jay di qualche radio molto ggggiovane. E fu la rivolta. I lettori di Linus ricoprirono la redazione di messaggi e minacce (del tipo: ho comprato Linus ogni settimana degli ultimi 30 anni e da adesso smetterò di farlo!) e quasi insulti e c'era così tanto trasporto ed emozione e un indignazione così onesta e sincera e pulsante che l'unica cosa possibile per i redattori fu sventolare bandiera bianca, tornare sui propri passi, e restituire la vera Linus ai propri lettori.

E sono tutte queste cose, e tante altre, che fanno di Linus qualcosa di più di una rivista qualsiasi.

E si macchierà di un crimine, e lo dico senza alcuna esagerazione, chiunque ci toglierà Linus senza aver fatto tutto, ma proprio tutto, ma davvero tutto, per non farlo.

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* Chiariamo una cosa. Matt Groening è un grandissimo, e non a caso i suoi fumetti suicidi della serie Life in hell arrivarono in italia proprio sulle pagine di Linus. Ma i patinatissimi Simpson con Linus non c'entrano proprio nulla.

sabato 11 maggio 2013

Apparenze ingannevoli

Allora. Ieri sera ero a cena con L. in un bar/pub della ridente cittadina olandese dove ora lavora. C'erano alcuni suoi colleghi a cena, tutti fisici teorici esperti in teoria delle stringhe*. Si discuteva, molto animatamente, di fisica fondamentale**.

A un certo punto si siedono al tavolo di fianco al nostro due tizi. Il primo, più alto e palestratissimo, t-shirt aderente a far risaltare i muscoli, braccia completamente tatuate. L'altro più basso e grassoccio, ma comunque spalle larghe e corporatura imponente. Capelli rasati a zero e barba folta. Maglietta nera aderente sulla panza. Orecchini puntuti sparsi un po' a casaccio sulla faccia.

Bevono birra. In silenzio. Sguardi truci.

Poi li vedo parlottare, sbirciare nella nostra direzione e ridacchiare scuotendo la testa.

Staranno pensando che siamo proprio dei nerd, dico a me stesso, tristemente consapevole del fatto che abbiano proprio ragione.

Poi il più alto dei due si sporge verso di noi, sorride e dice: "State parlando di teoria delle stringhe?".

Attimo di silenzio.

Teste e coppie di occhi che ruotano nella sua direzione. È ora al centro dell'attenzione e può quindi, con grande naturalezza, pronunciare una frase che io (con tanto di laurea e dottorato in astronomia) non capisco e che contiene l'espresisone Calabi-Yau manifold.

Guardo L., che sgrana gli occhi. "Cos'ha detto? Cabiché?" chiedo, e lei, sopracciglia all'insù in segno di grande perplessità: "Sa cos'è il Calabi-Yau manifold...?". "Ah, è una roba che esiste?". "Sì..."***. 

Quando poi anticipa il colega di L. dicendogli che chiaramente sa che la M-theory richiede 11 dimensioni**** allora giuro a me stesso di non emettere più, ma proprio mai più!, alcun giudizio di nessun tipo su nessuno prima di avergli fatto, in via precauzionale, un paio di domande di fisica fondamentale.

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* Invidiosi/e?
** Adesso sì che crepate di invidia, vero?
*** È questa cosa qui.
**** Ed ecco qua un'altra cosa che il vostro Manoel non sa.

venerdì 19 aprile 2013

Books I read 15 - Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso, David Foster Wallace

Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso* inizia così:
Anche se Drew-Lynn Eberhardt era molto prolifica e Mark Nechtr no, quel primo anno Mark era benvoluto da noi tutti al corso di scrittura della East Chesapeake Tradeschool, e D. L. no.
ed è un'acrobatica cover letteraria di 234 pagine eseguita da David Foster Wallace.

"Una cover è la reinterpretazione o il rifacimento di un brano musicale - da altri interpretato e pubblicato in precedenza - da parte di qualcuno che non ne è l'interprete originale"**. Bene. David Foster Wallace ha fatto la stessa cosa con un libro***: Lost in the funhouse di John Barth.

John Barth è considerato uno dei padri della metafiction, ovvero la letteratura che mentre narra parla di se stessa. In Lost in the funhouse, infatti, Barth interrompe in continuazione il racconto per ricordare al lettore che in realtà quello che sta leggendo è fiction, è una storia inventata, scritta da qualcuno, scritta proprio per lui. Metafiction: ovvero letteratura che riflette su se stessa mentre racconta una storia****.

Date queste premesse, è chiaro che uno dei maggiori rischi che corre un autore di metafiction è quello di cadere in un compiaciuto ed eccessivo virtuosismo letterario. Il rischio è di aggrovigliarsi e intrappolarsi nell'autoreferenzialità. Ed è proprio questo virtuosismo esasperato che Wallace definisce, nel suo libro, un  modo di scrivere "guarda, mamma, senza mani!"

A complicare ulteriormente l'intreccio di livelli di lettura possibili e il vortice di connessioni tra le due opere c'è il fatto che John Barth, autore (vero) di Lost in the funhouse, è anche un personaggio (fittizio?) di Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso. Nel libro di Wallace John Barth è il professor Ambrose***** e impersonifica niente meno che se stesso: un professore di scrittura creativa, autore di un racconto intitolato Lost in the funhouse.

Il racconto di Barth inizia così:
For whom is the funhouse fun? Peraphs for lovers.
e Wallace gli fa il verso con questa poesia,
For lovers, the Funhouse is fun.
For phonies, the Funhouse is love.
But for whom, the proles grouse,
is the Funhouse a house?
Who lives there, when push comes to shove?
una provocazione che Drew-Lynn scrive di nascosto alla lavagna, subito prima di una lezione del professor Ambrose.

Che cos'è, quindi, Verso Occidente? Una parodia? Un affettuoso omaggio? Una feroce critica? Un'apologia? Un virtuoso esercizio di stile? Uno scimmiottare canzonatorio?

Non lo so. Ma anche assumendo che si tratti di una feroce critica, chi scriverebbe 234 pagine di feroce critica su qualche cosa che non consideri molto importante?******

E ancora: per chi (For whom?) è stato scritto Verso Occidente? Per compiacere il suo stesso autore? Per irritare John Barth? È stato scritto per i sostenitori (o i detrattori) della metafiction? Per chi ha amato (o odiato?) Lost in the funhouse?

Molto più verosimilmente, Verso Occidente è stato scritto per chiunque voglia leggerlo. E per raccontare una storia. Perché nonostante l'intricatissima impalcatura multi- (e meta-)livello che gli dà forma, Verso Occidente resta una storia, e non un esperimento (meta-)letterario. Una bella storia.

E il genio di Wallace stà proprio nell'avvicinarsi pericolosamente all'invalicabile linea di demarcazione del "guarda, mamma, senza mani!". Arrivarci vicinissimo, a questa linea, senza mai attraversarla.

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* Verso Ocidente l'Impero dirige il suo corso è in realtà l'ultimo, e il più lungo, dei racconti che formano la raccolta Girl with curious hair. Verso occidente non appare nella versione italiana del ibro, La ragazza dai capelli strani, ma è stato pubblicato da Minimum Fax come libro a se stante.
** http://it.wikipedia.org/wiki/Cover
*** La cui traduzione italiana è al momento abbastanza introvabileª.
**** Il modo più semplice per capire cosa sia la metafiction è leggere un pezzo di metafiction.
***** E sì, ebbene sì: Ambrose è il nome del protagonista di Lost in the funhouse.
****** Ed è noto come per Wallace Lost in the funhouse fosse stata una lettura fondamentale, si veda D. T. Max, Every love story is a ghost story: a life of David Foster Wallace.
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          ª Ma io ne ho una copia in lingua originale e quindi aspettatevi a breve una recensione.

lunedì 15 aprile 2013

Tutta una questione di spazio

Ero piccolo, non ricordo l'età, ma qualcosa come 4 o 5 anni, o giù di li. Mia madre aveva comprato non so che prodotto al supermercato, e c'era attaccata una di quelle cartoline da concorso a premi. "Spedisci la cartolina e vinci 100 pianoforti!" era scritto a caratteri dorati.

Mia madre compilò la cartolina e disse, dubbiosa, "Ma sì, dai, proviamo...".

E io scoppiai a piangere. Proprio una crisi di panico pazzesca. "No, mamma, non spedirla!" strillavo tra le lacrime, "Non spedirla! Per favore...".

Mia madre, perplessa, mi chiese come mai non volessi partecipare all'estrazione dei premi.

Ed io, tra disperati singhiozzi, "Ma se vinciamo, mamma, dove li mettiamo cento pianoforti!".

sabato 6 aprile 2013

Chi mi legge quando non scrivo?

È vero. Scrivo poco. In questo periodo scrivo decisamente poco. Ma tornerò, vi prometto che tornerò ai ritmi consueti.

In queste settimane di semi-latitanza mi ponevo questa domanda: ma quando non scrivo, chi legge il mio blog? Perché, anche se è vero che gli accessi sono meno, non sono così tanti meno.

Allora sono andato a controllare le search keywords tramite le quali ignari visitatori sono capitati tra queste pagine. Ed ho capito che si tratta di:

- novizi alle prese con l'abc dell'igiene personale ("pulirsi il culo ogni giorno");

- audaci sperimentatori di Haute cuisine ("mangiare l'ananas sul cazzo");

- poeti frustrati in cerca di ispirazione ("poesie sul pisello");

- gente che, come me, si riduce sempre all'ultimo momento ("fa che il giorno non finisca mai").

A presto. Davvero. A presto.

sabato 23 marzo 2013

Books I read 14 - L'incanto del lotto 49, Thomas Pynchon

L'incanto del lotto 49 inizia così:
Un pomeriggio d'estate Mrs Oedipa Maas, rincasando da un party Tupperware in cui la padrona di casa aveva messo forse un po' troppo kirsch nella fonduta, scoprì che lei, Oedipa, era stata nominata esecutore o - meglio, a suo parere - esecutrice testamentaria di un certo Pierce Inverarity, un magnate immobiliare californiano che una volta nel tempo libero aveva perso due milioni di dollari, ma possedeva ancora beni in quantità, e abbastanza aggrovigliati da renderne l'inventariazione tutt'altro che una passeggiata.
ed è un libro di 174 pagine e, secondo il TIME Magazine, una tra le migliori 100 opere in lingua inglese scritte dal 1923* al 2005.

Sono felice di recensire questo libro per un motivo prettamente egoistico: Thomas Pynchon stava diventando per me un motivo di imbarazzo. Pynchon è considerato uno dei giganti della letteratura contemporanea americana. Forse il maggiore scrittore americano vivente. Ed io, come forse avrete avuto modo di capire leggendo le mie passate recensioni, provo una certa fascinazione per la letteratura americana. Non aver mai letto nulla di Pynchon era quindi per me motivo di profonda vergogna, specialmente se si considera il fatto che ci avevo provato, e più volte!, a leggere qualcosa di Pynchon. Senza successo.

Tutto iniziò con l'acquisto, un paio d'anni fa, di Gravity's rainbow (in lingua), acclamatissima sberla da 800 pagine, la cui lettura abbandonai a pagina due (2), per mia manifesta incapacità di capire cosa stesse succedendo. Poi tentai un secondo timido approccio a V. (sempre in lingua), opera prima di Pynchon (e altra sberla di svariate centinaia di pagine). Stesso risultato. Lettura interrotta a pagina cinque (5) per impossibilità di proseguire dovendo cercare sul vocabolario una parola su due.

Serviva, chiaramente, un cambio di strategia.

Cambio di strategia che mi portò a leggere, in italiano, il più breve dei romanzi di Pynchon, dal bizzarro titolo (preso a prestito dal gergo delle aste):  L'incanto del lotto 49 (l'incanto è la vendita di un bene a un'asta, e il lotto è, per l'appunto, il bene che si sta vendendo).

Protagonista de L'incanto del lotto 49 è Oedipa Maas, che si ritrova, inaspettatamente, a dover gestire in qualità di esecutrice testamentaria le pratiche inventariali per l'eredità di Pierce Inverarity, suo ex amante multimiliarario. A causa di una serie di francobolli in possesso di Inverarity, Oedipa scopre (o crede di scoprire, o crede che Inverarity le faccia credere di scoprire, eccetera) un sistema postale clandestino, chiamato Trystero (o Tristero). Trystero era un sistema postale concorrenta alla posta regolare, amministrata dalla compagnia Thurn und Taxis**. Nel 18-esimo secolo Thurn und Taxis sconfisse i concorrenti della Trystero, che però continuarono (o forse no) a mantenere un sistema postale clandestino. Eccetera.

Se state pensando che la trama sia folle, beh, non posso darvi torto.

Quello che posso dirvi, però, è questo: sebbene abbia letto le prime 70 pagine del libro tra perplessità e vistose alzate di sopracciglia, chiedendomi con sconforto ma dov'è che questo libro sta andando a parare, ho divorato febbrilmente le restanti 100 pagine, travolto insieme a Oedipa dal mistero del Trystero.

Il finale, celeberrimo, geniale, sardonico e spiazzante non ve lo racconto.

Leggetelo. Davvero, leggetelo.

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* Ero convinto che la data fosse stata scelta appositamente per escludere l'Ulisse di Joyce, pubblicato nel 1922, e chiaro spartiacque tra il prima e il dopo. In realtà il 1923 è, molto più semplicemente, l'anno di fondazione del TIME Magazine.
** Thurn und Taxis è esistito davvero: era un casato nobiliare che contribuì, a partire dal 1400, alla creazione e diffusione di un sistema postale in tutta Europa.

martedì 12 marzo 2013

Non si finisce mai di imparare

Essendo spessissimo in viaggio per lavoro, sono anche spessissimo in albergo. E se c'è una cosa che odio negli alberghi sono le grucce da hotel. Per essere sicuro che capiate a cosa mi riferisco, copio qui sotto una foto che ritrae, sulla sinistra, due grucce normali e sulla destra, invece, due famigerate grucce da hotel.



L'idea è semplice: si parte dal presupposto che il cliente sia un ladro, e quindi si corre ai ripari per evitare che rubi le preziosissime grucce.

La cosa che mi fa imbestialire delle grucce da hotel è che tutte le volte che cerco di appendere il mio cappotto, o una camicia, o qualsiasi altra cosa, mi ritrovo praticamente dentro all'armadio a tirare, brigare, scuotere e bestemmiare contro queste cazzo di grucce antifurto. È ogni volta una lotta corpo a corpo. Che di solito perdo.

Anche l'altro giorno, all'hotel Campanile di Lyon, mi son ritrovato con testa, spalle e mezzo torace dentro all'armadio, gridando bestemmie nel vano tentativo di appendere una camicia.

Uscito dall'armadio mi sono beccato un'occhiata colma di compassione di L., che scuoteva la testa in direzione della camicia tutta storta e sgualcita sulla gruccia.

"Ma come cazzo si fa" (questo sono io in un maldestro tentativo di giustificare la mia maldestraggine) "ad appendere 'sta cazzo di camicia su 'sta cazzo di gruccia che non si stacca! Bisogna entrare dentro all'armadio per riuscirci, checcazzo!"

L'occhiata di compassione si è trasformata in un'occhiata di grande compassione. L., occhi levati al cielo come a dire Signore aiutami tu ha infilato una mano nell'armadio e, dopo un'agile e rapida manovra mi ha messo in mano questo:



No.... Dice Manoel con sguardo incredulo e imbambolato sulla gruccia, che rigira tra le mani, a bocca aperta.

Eh, sì. Mi fa lei.


Le grucce da hotel si staccano.

Pazzesco.

Pazzesco...

Chi l'avrebbe mai detto.


sabato 9 marzo 2013

Grillini (guest post)

Cari tutti, trovandomi indaffaratisimo in quel di Lione a mangiare interiora di maiale cucinate nei modi più svariati, ho poco tempo per postare. Prometto a (quello schianto di) L. (pure lei indaffaratissima a mangiar lionese) e a s. che cercherò di rispondere al più presto ai loro commenti (che condivido, probabilmente mi sono espresso non al meglio nel mio post) relativi al mio ultimo post sui risultati elettorali.

Nel frattempo, ricopio qui sotto alcune riflessioni sui Grillini che s. stesso mi ha inviato via mail.

Vi bacio tutte/i,

M.

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Provo per un attimo a fare un discorso serio. Premetto che la cosa mi sembra difficile essendo io, fondamentalmente, un patacca ma ci provo al meglio delle mie possibilità.

Premesso che, come ci siamo detti mille volte, questo movimento è stato eletto democraticamente e quindi ha tutto il diritto di comportarsi come meglio crede (ovviamente nell'ambito della legalità) tuttavia c'è una cosa che non capisco. Perché è necessaria tutta questa violenza e questo disprezzo per chi non la pensa come loro?

In questi giorni cerco di leggere il più possibile articoli o blog che tentano di descrivere questo movimento e le persone che lo compongono. La cosa interessante però non sono tanto questi articoli (spesso critici) ma sopratutto i commenti che alcuni utenti scrivono in risposta. Quelli che non sono d'accordo con le critiche al movimento spesso hanno come unica risposta un'insulto o un'offesa a livello personale.

Che sò: il sito di repubblica mette on line l'Amaca di serra e subito uno scrive il commento:

- sei uno stronzo!
- non capisci un cazzo
ecc

Quando non c'è l'insulto c'è invece la professione di mala fede. Uno dei commenti ricorrenti è:

- scrivi male del movimento perché vogliamo togliere i finanziamenti pubblici ai giornali e quindi tu hai paura di perdere il lavoro.

- scrivi così perché tu sei legato ai partiti e, visto che noi volgiamo eliminarli tutti, poi non avrai nessuno che ti pagherà lo stipendio.

In conclusione se provi a muovere una critica al movimento hai uno dei seguenti problemi:

1) sei stronzo;
2) sei in malafede.

Bada bene che è molto difficile trovare qualcuno che argomenti il dissenso.
La mgliore risposta che ho trovato è:

-qual è l'alternativa? fanno tutti cacare...

Insomma io non capisco una cosa: è possibile non essere d'accordo con il movimento perché si hanno idee diverse (ma legittime come le loro)?

Si potrebbe argomentare che non tutto il 25% degli elettori commenta i blog oppure è d'accordo con questo modo di fare ma a me sembra che tutto nasca da Grillo.

Vorrei tanto trovare qualcuno che ha votato il movimento, o ancora meglio che ne fa parte, che mi spieghi questa cosa.

s.

mercoledì 27 febbraio 2013

Mediocrità ed aristocrazia

È giunto il momento per Manoel di uscire dal suo splendido isolamento per rilasciare una illuminante e beninteso anche aristocratica dichiarazione che faccia alfine chiarezza su quale sia il modo migliore (anzi l'unico) di interpretare i risultati di questa italianissima tornata elettorale senza precipitare nello sconforto più totale e/o spararsi sulle palle*.

Partiamo da qui: secondo il Dizionario Treccani, una delle definizioni della parola mediocre è:
Sostantivato, di persona che non ha qualità per poter emergere.
E direi che la chiave di lettura giusta (e cioè la mia, che qui vi propongo, aristocraticamente) sia proprio questa.

Premettiamo che queste elezioni ci hanno fatto schifo**. Che i personaggi in lizza erano, nella migliore delle ipotesi, imbarazzanti, e tutto sommato, chi più o chi meno, piuttosto orrendi.

Finita la premessa, iniziamo l'analisi.

Q: Chi sono gli sconfitti di queste elezioni?***
A: Monti e Bersani.
Q: Cos'hanno in comune?
A: Vediamolo.

Monti è probabilmente onesto, e dicono anche che sia preparato. È uno che ha studiato. Professore. Bocconi. E così via. Ha trascorso l'ultimo anno indossando i panni del puntiglioso ragioniere (che sembravano proprio i suoi di panni, tra l'altro). Ha cercato di sistemare i conti. Ha fatto gli interessi della sua categoria (probabilmente, ahime, anche in buona fede) senza sgarrare mai una volta. Mai una sola volta. Da bambino era di sicuro l'orgoglio di sua madre. Operoso. Mai nessun guizzo di ingengo o di fantasia. Sguardo da triglia lessa. Abiti grigi, in tinta con la faccia. Poche idee. Tanta prudenza. Risparmio. Ragionevolezza. Tono di voce roboticamente palloso. Credibilità.

Bersani è un brav'uomo. Capace. Un buon dirigente da lega coop. Competente. Fedele al partito e forse anche a quel poco che resta delle idee che stavano dietro all'ex-ex-ex-ex-ex-ex-ex-ex-nome del partito stesso. Uno con cui io andrei anche volentieri a cena in trattoria, per dire (con Monti no, sai che palle). Ha fatto e detto anche delle cose condivisibili, per carità. Le primarie per i parlamentari, la scelta di Vendola anziché Monti, eccetera. Ma le ha fatte solo perché l'alternativa era che tutti, ma proprio tutti, gli elettori del suo partito lo mandassero a cacare e votassero per qualcun altro. Non le ha fatte, quelle cose, per iniziativa sua, ma perché era con le spalle al muro. Non aveva scelta. Doveva perlomeno fingere di voler cambiare qualcosa, e di voler essere leggerissimamente più a sinistra del centro-destra. Tante metafore. Catenaccio. Teniamo la posizione. Siamo in vantaggio. Se teniamo la posizione vinciamo. Eccetera.

Riassumendo: Bersani e Monti sono entrambi mediocri. Per dirla con la Treccani, non hanno le capacità per poter emergere.

Ora, potete dire tutto quello che volete di Berlusconi (per esempio che fa schifo, che è orrido, che ha i capelli che sembrano merda spalmabile, che è un porco, che è un mafioso, ladro, impostore e via discorrendo), potete dire tutto tranne che sia uno mediocre. Anzi. Da un punto di vista prettamente mi-faccio-i-cazzacci-miei-centrico, è fenomenale. È uno spericolato acrobata. Ripeto, farà pure cacare, ma non è un mediocre. Nessuno potrà mai dire che non abbia le qualità per poter emergere (e ri-emergere, aggiungerei io, con aristocratico compiacimento per l'arguzia dei miei pensieri).

Grillo stà all'eleganza come Boy George stà all'ortodossia eterosessuale. È un demagogo. Non si capisce cos'è che voglia, esattamente, tranne perseguire nell'intento, già di Wowbagger, di mandare a fare in culo, in ordine alfabetico, tutti gli abitanti dell'Universo. Suda copiosamente. È permaloso. Non ha alcuna voglia di capire perché mai le cose si dovrebbero poter fare in modo diverso da come dice lui. Direi che è anche piuttosto banalotto, in ciò che dice (quando si capisce ciò che dice). Ma, anche in questo caso, non potete certo dirmi che sia un mediocre. Perché non è un mediocre. Non potete certo dirmi che non abbia le capacità per poter emergere.

Quindi, l'unica cosa che potebbe essere vista come non-catastrofica e non-deprimente e non-orrida in tutto questo catastrofico, deprimente e orido frangente è forse il fatto che gli italiani si sono rotti le balle della mediocrità che da vent'anni è considerata l'unica alternativa possibile a Berlusconi.

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* Wow. Che frase lunga!
** Sì, sì, è proprio un pluralis maiestatis.
*** Lasciate stare Giannino e Ingroia. Quelli non sono sconfitti: il primo è un talentuoso (e strepitoso) comico, e il secondo uno che non si è capito bene cos'è che volesse, a parte affermare pubblicamente che la Boccassini sia una gran stronza.

sabato 16 febbraio 2013

Dilemmi 2

"You have reached the maximum number of active games in the free version of Ruzzle. Upgrade to premium to play more matches simultaneously".

Li investo questi 2.69 euri?