venerdì 21 novembre 2014

Ricordi di gravidanza e di feci feline

Se è vero (ed è vero) che le donne incinte devono evitare accuratamente il contatto con le feci feline*, per quale motivo L., incinta di svariati mesi, cercava di immobilizzare il davanti della gatta U., che miagolava isterica e si dimenava come se fosse posseduta, mentre io cercavo di immobilizzarne con una mano il di dietro, completamente sporco di merda, mentre con l'altra, nuda, cercavo di separare la suddetta merda dai suoi lunghi peli bianchi?

Attorno a noi, il parquet dell'appartamento olandese di L. era striato da mefitici arcobaleni marroni. Opera di U., che resasi conto di avere un quintale di merda appiccicata ai peli, aveva cercato di liberarsene sfregando pen bene il culo sul pavimento. E ancora. E ancora E ancora. Frenata dopo frenata. Lunghe arcate marroni che un disperato me inseguiva nel tentativo di acciuffare il felino merdoso.

Alla fine ci siamo arresi.

Portala da un veterinario! ha gridato L., e io ho ubbidito (dopo essermi lavato le mani per circa sette ore).

Le cliniche veterinarie olandesi sono un'esperienza che, almeno una volta nella vita, andrebbe fatta. A Parigi eravamo abituati al nostro mitico veterinario J.-N., un signore di una certa età che riceve in maniche di camicia in un minuscolo e fatiscente ambulatorio, dove lavora solo lui, senza segretarie, assistenti, e via discorrendo. Non puoi nemmeno pagare col bancomat, dal buon J.-N., solo contanti. Tanto c'è una banca dietro l'angolo, mi ha detto una volta.

Invece le cliniche veterinarie olandesi assomigliano a case di cura per V.I.P., con vetrate, arredo moderno, luci scintillanti, e due biondone altissime a ricevere i clienti. Dietro a un sobrio bancone ricoperto di paillettes. Sorridenti, e avvolte in un immacolato camice bianco**.

Mi avvicino al banco della reception, di fronte alla biondona di destra. Fatico a tenere gli occhi aperti, abbagliato dal candore del suo camice. Ho in mano la gabbietta con dentro U., ma è dietro al bancone, e la biondona non la vede.

Vorrei vedere un veterinario, esordisco, sicuro di me. La biondona mi guarda un po' perplessa. Le mia sopracciglia si alzano, in un'espressione interrogativa. Mah..., dice infine la biondona, mah... lei... ha un animale?

E io che sono un genio rispondo, serissimo: naturalmente no, è per me!

Dopo qualche secondo di occhi sbarrati e increduli, entrambe le biondone si mettono a ridere. Ah ah ah che simpatico. Qual è il problema del suo gatto? E non so come, ma trovo una parafrasi inglese educata della frase: "ha il culo pieno di merda vi prego aiutatemi".

Nell'ambulatorio la scena è la seguente. Io e un'assistente della veterinaria teniamo ferma U. che miagola disperata mentre la veterinaria con un enorme rasoio elettrico le rasa tutto il di dietro, essendo quello l'unico modo per liberarsi di quell'impiastro di merda e peli.

Finito il lavoro di rasatura, sadicamente, la veterinaria proclama: devo farle un'ispezione rettale. E prima che io possa esprimere la mia perplessità ficca un dito nel culo di U. che ulula il suo disappunto e scalcia e grida miaaaaaaouw miaaaaaouw!

Poi la veterinaria mi dà un integratore alimentare che dovrebbe aiutare U. a fare la cacca bella soda e compatta e mi invita a tornare dalle biondone per il pagamento.

Sessantatre euro.
What?!?!?
Sessatatre euro, mister.

Lo scontrino è scritto in Dutch, ma riesco a decifrare che i 36 euro dovrebbero essere la tariffa per la visita (quale visita?) e le tre voci da 9 euro l'una dovrebbero essere il prezzo dell'integratore alimentare, della rasatura e del dito nel culo.

Nove euro per un dito nel culo.

Ripeto: nove euro per un dito nel culo.

THE END

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* Per minimizzare il rischio di prendersi la toxoplasmosi, pericolosissima per il feto.
** Sto esagerando, ma non troppo.

domenica 19 ottobre 2014

Dieta dimagrante

S.: "Mi fai vedere le tette?"
L.: "Perché vuoi vedere le mie tette?"
S.: "Voglio vedere il latte!"
L.: "Amore, ma non si vede il latte! Il latte è dentro alle tette..."
S.: "Voglio vedere le tette da dentro, allora"

S. ha 3 anni ed ha appena finito di guardare L. che allatta la Tipsy. Siamo a casa dei genitori di S., in cortile a goderci il sole. Dopo aver guardato le tette di L., S. dice a sua sorella:

"Saltiamo addosso a Manoel!"

e dopo pochi secondi sono tutte e due sopra di me, che me ne stavo fino a poco prima serenamente disteso sull'erba.

S. inizia a tastarmi la pancia. Mette le due manine ai lati del mio ombelico e spinge. Poi rilascia la pressione. Poi spinge.

Fa così tre o quattro volte e poi mi guarda, perplessa, e dice:

"Perché hai le tette così in basso?"




domenica 14 settembre 2014

Biberon

Il primo biberon non si scorda mai.

Specialmente se non ci si è organizzati bene.

Fino ad ora la Tipsy si è nutrita solo ed esclusivamente di latte materno prelevato direttamente alla sorgente: la tetta di L., madre esemplare e gran schianto di donna.

Solo che L. più o meno dal secondo mese di gravidanza ha iniziato ad avere attacchi di panico al solo pensiero del "distacco" della Tipsy dal suo seno. Lei vorrebbe allattarla. Sempre. Fino almeno alla terza liceo.

Quindi è chiaro che ogni qualvolta si parlasse di tiralatte, svezzamento, pappine omogeneizzate e compagnia bella, L., scaltrissima, riusciva sempre a cambiar discorso.

Partiamo quindi per Creta (dove siamo tuttora) perché L. aveva questa conferenza, e io la seguivo in veste di baby sitter certificato. C'è da dire che L., prima di partire, aveva noleggiato un sofisticatissimo tiralatte elettrico, che è stato messo in valigia senza mai esser stato provato una volta che fosse una. Se ne parlava a malapena, del tiralatte. Era una specie di coperta di Linus, un talismano caccia spiriti maligni, un ferro di cavallo, insomma avete capito.

Al mattino del primo giorno della conferenza L. si sveglia isterica come non mai, nutre la creatura e poi installa il sofisticatissimo tiralatte elettrico, se lo attacca alle poppe e inizia a bestemmiare contro Iddio e la Sacra Vergin Maria: "Non funziona questo affare non funziona cazzo cazzo cazzo!!!", accompagnata da un ritmico CIUNF-CIUNF-CIUNF-CIUNF che esce da uno scatolozzo nero al cui sono attaccati due fili bianco-traslucidi che terminano in due bottigliette le cui estremità a forma di pompetta sono appiccicate alle tette di L. e le strizzano ritmicamente, una volta ogni CIUNF. E le madonne e gli iddii crescono in un climax che sfocia nel conclusivo "ODDIO FORSE NON HO PIU' LATTE!!!!!!!!!!".

Fortunatamente sono le 6 del mattino e quindi c'è tempo per bestemmiare a dovere. Disperarsi. Bestemmiare ancora un poco e poi rimettersi a letto.

Attorno alle 8 vengo svegliato da un rumore oramai familiare. CIUNF-CIUNF-CIUNF-CIUNF! Mi rigiro nel letto senza capire. Mi appisolo.

Verso le 9 mi sveglio, la Tipsy dorme beata e L. stringe in mano una bottiglietta contenente millilitri centoventicinque di freschissimo latte materno. Appena munto.

"Lo metto in frigo e scappo che è tardissimo!", e fugge alla conferenza dove, invece di ascoltare con interesse i vari relatori sta tutto il tempo su Skype a smessaggiarmi "ALLORA? COME VA'? BEVE? FUNZIONA?".

Io non me la passo di certo meglio. La Tispy si è svegliata e urla come una scimmia del Borneo, reclamando la sua poppata. La prendo in braccio, cerco di tranquillizzarla (senza alcun successo) mentre con la mano libera estraggo dal frigorifero la bottiglietta contenente millilitri centoventicinque di latte materno. Svito il tappo e lo sostituisco con una tettarella. Il più è fatto, mi dico.

Sono pronto!

E un po' emozionato.

"Allora io vado!" scrivo a L. su Skype.

"FERMOOOOO!!!!!!!! FEEERMOOOOOO!!!!! NON GLIE LO DARAI FREDDO????????"

Ostia.

Google: "latte materno biberon temperatura". Enter. E mi si apre un mondo.

L'ideale sarebbe a temperatura ambiente. La Tipsy urla come se la stessi smembrando a colpi di scure e la bottiglietta contenente millilitri centoventicinque di latte materno che stringo in mano è freddissima.

Grazie a Dio abbiamo avuto la provvida idea di affittare un appartamento qui a Creta. Quindi mi scaglio verso la cucina e cerco a casaccio. La prima cosa che trovo è una pentola dalla capienza di circa ottomila litri. Mentre la Tipsy, oramai integralmente paonazza, grida a pieni polmoni la sua rabbia verso questo schifo di mondo io riempio la pentola, probabilmente mettendo in ginocchio il sistema di irrigazione dei campi di mezza isola, e la metto sul fuoco (la pentola, non la Tipsy).

Aspetto che l'acqua si riscaldi, piacevolmente intrattenuto da una lattante infuriata che si dimena e scalcia e grida e vuole la sua tetta e la vuole ADESSO.

Butto l'occhio su google e leggo anche che, "una volta tirato fuori dal frigorifero, il latte materno andrebbe consumato entro mezz'ora".

E giù con un rosario di bestemmie che si mescola alle urla disperate di una povera creatura affamata. Quando l'ho tirato fuori? Quando??? Quando?????

Metto il fornello a palla e immergo la bottiglietta contenente millilitri centoventicinque di latte materno.

"...fate però attenzione a non riscaldarlo troppo per non alterarne le proprietà nutritive..."

MA CAZZO CAZZO CAZZO E CAZZO!!!!!!

CAAAAAAZZOOOOOOO!!!!!!

Tolgo la bottiglietta ecc ecc dalla pentola, chiedendomi come mai non sia ancora arrivata la polizia. Delle due l'una: o tutti gli abitanti del villaggio nell'arco di 1 km sono sordi, oppure sono abituati a stragi violentissime e cruente carneficine e quindi non si curano di mezz'ora di urla lancinanti e assordanti.

Ho la bottiglietta coi centoventicinque millilitri in mano.

La bottiglietta è calda.

E il latte dentro?

"Versatene una goccia su una mano. Se non senti niente è alla temperatura giusta!" mi dice L. su Skype "ma la Tipsy piange?".
"Ma no amore! Figurati! Sta leggendo il giornale...".

Mi verso qualche goccia sul dorso della mano. Mah. Mi pare vada bene.

"Allora io vado!" dico trionfante (e sconvolto) a L. su Skype.

"Vai!".

La prima mossa è facile. La bocca della Tipsy è spalancata. Si vede l'ugola tremolare mentre si produce in urli che al confronto Pavarotti era uno smidollato con poco fiato. La bocca spalancata occupa circa il 95% della faccia della Tipsy, ed è un giochetto da ragazzi infilarle dentro la tettarella di cm 0.5.

Però poi com'è che si comunica alla Tipsy il fatto che dovrebbe chiudere la bocca e iniziare la suzione?

Grida e urli, colore che dal viola passa al blu. La Tipsy ha proprio fame.

Ah. Mi son dimenticati di dirvi che da circa 15 minuti sto sudando come uno che abbia appena terminato la maratona di Nuova York senza farla precedere da alcuna preparazione atletica. Gocce di sudore paterno si riversano copiose sulla faccia blu della Tipsy, che non se ne cura e continua con le urla.

Provo a mungere con le mani il biberon e spruzzare preziose gocce di latte materno tra le fauci della lattante inferocita, non sortendo alcun effetto che non sia un rinvigorirsi delle grida.

Provo a infilarle la tettarella in bocca nei rari attimi in cui la Tipsy riprende fiato prima di lanciarsi in nuove, mirabolanti litanie di lamenti.

Niente da fare. La Tipsy non sa che farsene di un biberon. Vuole una tetta.

Il volto disperato della Tipsy è oramai rigato da lacrime miste a sudore paterno.

Uno schifo.

Poi non so come, ma all'improvviso capisce il meccanismo. E si placa come se nulla fosse successo. E io la guardo, volto e capelli sconvolti e sudatissimi, mentre in 40 secondi finisce il biberon.

Poi fa un sonoro rutto e si addormenta. Beata.

sabato 13 settembre 2014

Cardiopatici di tutto il mondo unitevi

Ambientazione: taverna tradizionale cretese. Nessuno tranne noi parla una parola di inglese, ne' tantomeno qualsiasi altra lingua che non sia il greco.

Personaggi: la Tipsy, L., il babbo di L.* e il sottoscritto, Manoel O. Dias.


Insomma qua a Creta, dove siamo più o meno in vacanza, alla fine di ogni cena arriva il cameriere e porta il dessert offerto dalla casa. Il dessert è invariabilmente accompagnato dal Raki, una specie di versione greca della grappa, solo molto più cattiva.

Il cameriere, baffoni e capelli bianchi, si avvicina al tavolo, distribuisce i caratteristici bicchierini da Raki, poi prende l'ancor più caratteristica ampolla da Raki e inizia a mescere. Il padre di L. lo ferma con la mano.

- Cardiopaticòs!

si avventura in un improbabile greco improvvisato.

- Cardiopaticòs!

ripete, per essere sicuro che il cameriere abbia compreso che il suo rifiuto è legato solamente a dei problemi di tipo cardiaco.
Il cameriere si produce in un ampio sorriso e fa il gesto di bere direttamente dall'ampolla, poi afferra con fermezza la mano di un confuso padre di L. e la spinge verso il suo petto, e poi sotto la sua camicia nera, aperta a mostrare vello bianco e riccioluto.

La mano del padre di L. tasta, con imbarazzo, una scatoletta sottocutanea impiantata nel petto (sulla sinistra, per essere precisi) del baffuto cameriere.

- Aaaah! Hai il pacemaker!

esclama il padre di L., anche lui ora sorridente, gli occhi luccicanti.

Ed è toccante vederlo afferrare il braccio peloso del cameriere e guidare la sua mano dalle dita tozze e cicciotte verso il suo, di petto. Sotto la sua camicia. Verso la sua scatoletta sottocutanea impiantata nel petto (sulla sinistra, per essere precisi). Verso il suo pacemaker.

Ed ora se ci fosse un regista inquadrerebbe me e L. che ci asciughiamo, commossi, una furtiva lagrima, mentre i due anziani signori si scambiano sorrisi e affettuose e virili pacche sulle spalle.


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* che ci segue anche quando andiamo in vacanza................

domenica 31 agosto 2014

Vacanza romane

Cari tutti,

il mio babbo non scrive più su questo blog perché al momento è molto impegnato a portarmi a spasso su e giù per l'Europa. Vi mando una cartolina che mi ritrae mentre ascolto con attenzione le procedure di sicurezza prima del decollo da Fiumicino.

Vostra,

                         Tipsy




venerdì 8 agosto 2014

Tipsy the traveler

Ora. Non è che io voglia pavoneggiarmi. O vantarmi. (Vanesio!) Di cose che. In fondo. Forse son normali.

Ma tra tre giorni partiamo per le vacanze. Prima Italia (le Puglie) e poi Grecia (Creta).

E siccome la Tipsy è nata nei Paesi Bassi ed ora vive a Parigi, vuol dire che al compimento del suo quarto mese di vita avrà già visitato quattro nazioni.

Quattro nazioni in quattro mesi.

Pazzesco.

(Io per uscire dall'Italia ci ho messo 19 anni, per dire...).

Sto già pensando a come fare a incastrare una quinta nazione al quinto mese.

Ma la vedo dura.

Buone vacanze a tutti.

sabato 21 giugno 2014

Tipsy

Giovedì 8 maggio 2014, ore 20 circa

"Comunque non c'è fretta" dice L., e io corro alla cassa e impilo sul rullo rullante tutti gli acquisti acquistati. Pago con la carta, per fare più in fretta. Poi corro a casa.

Il libro The birth partner, che mi sono studiato durante questi nove mesi di gravidanza per arrivare preparato e consapevole al momento del parto, a un certo punto dice che i segni premonitori del travaglio imminente includono anche:
Non-progressing contractions - that is, contractions that continue without changing; they do not become longer, stronger, and closer together over a period of time. They sometimes last for hours and then subside before picking up again. These are pre-labor, or Braxton-Hicks, contractions. (see "False Labor, or Prelabor," page 49, and "Timing Contractions," page 53).
Dopodiché, spiega il libro, le contrazioni iniziano a divenire più intense, più lunghe e più ravvicinate. Siccome la faccenda di solito è piuttosto lunga (il prelabor può durare anche 24 ore, per dire...), le ostetriche che hanno seguito L. durante la gravidanza ci avevano istruito  di chiamarle non appena (traduco a braccio* dal loro libretto informativo):
le contrazioni siano dolorose, si ripetano a intervalli regolari di 5 minuti e durino almeno un minuto per un'ora consecutiva.
Se io mi ero limitato a leggere un solo libro sul parto, L. ne aveva letti circa un milione, e quindi ci sentivamo preparatissimi. Non dico invincibili, ma quasi. Padroneggiavamo alla perfezione la teoria del travaglio e del parto. Sapevamo tutto.

Arrivo a casa e la situazione è la seguente: L. avverte contrazioni non dolorose, o leggerissimamente dolorose, spaziate di 2 o 3 minuti e della durata di 30-40 secondi.

Scambio di sguardi perplessi.

Ma cos'è 'sta roba?
Boh...
Fanno male?
Ma no... Poco. Poco o niente...
Cronometriamole un altro po'...
...
...
...
...
Niente, sempre uguale... 40 secondi ogni 2-3 minuti...
Quindi?
Cos'è 'sta roba?
Boh...
Ma 'sta storia dei 5 minuti di intervallo?
Boh...
Ci hanno mentito... Le midwife ci hanno mentito...
Ma noooo...
Maledette...

Eccetera.

E capiamo che i nove mesi di studio matto e disperatissimo che stavano oramai volgendo al termine non ci sarebbero serviti proprio a niente.

Decidiamo quindi di chiamare l'ostetrica, che dopo una mezz'oretta arriva e visita L.


Breve riassunto in cui Manoel vi spiega come avviene il parto

Come tutti voi saprete, il parto si compie attraverso diversi stadi. Dapprima la cervice si assottiglia gradualmente, fino a diventare sottilissima. Poi si apre e inizia a dilatarsi. Centimetro per centimetro. Fino alla dilatazione completa che sono 10 centimetri. A quel punto c'è abbastanza spazio per fare uscire il bambinello o la bambinella.

Secondo The birth partner, la durata tipica dei vari stadi di dilatazione è la seguente:

  • fino a 3 o 4 cm di dilatazione: da qualche ora a 20 ore;
  • dilatazione dai 3 ai 5 cm: da 2 a 4 ore, talvolta di più; 
  • dai 5 agli 8 o 9 cm: molto veloce, dai 20 minuti alle 3 ore;
  • transizione (dalla fase di dilatazione alla nascita): da 15 minuti a un paio d'ore;
  • la nascita: da 15 minuti a più di 3 ore.

Giovedì 8 maggio 2014, ore 22 circa

La midwife si chiama Ans. E' alta, bionda, un'aria un po' altera, sdegnosa, distaccata. La meno simpatica tra tutte le ostetriche del centro che aveva seguito L. durante la gravidanza.

Ans è seduta sul letto e guarda assorta un punto molto lontano, in alto a destra davanti a lei. Poi toglie le dita dalla vagina di L. e dice che la cervice è ancora chiusa e spessa. In altre parole, siamo ancora prima della prima fase dell'elenco che avete appena letto qui sopra.

Probabilmente è stato un falso allarme. Il parto è ancora molto lontano, dice, e poi, rivolta a L., aggiunge: cerca di riposarti e dormire questa notte.

Saluta, sorride, e se ne va.

Un minuto dopo L. si contorce sul letto in preda a contrazioni dolorosissime. Dopo la visita della midwife (cioè un minuto prima) avevamo deciso di non cronometrare più gli intervalli tra una contrazione e l'altra, ma io un'occhiata all'orologio la do, e la situazione è la seguente: le contrazioni, ora dolorosissime, durano 30-40 secondi e sono intervallate da praticamente niente. Davvero niente. Pochi secondi.

Non capiamo cosa stia succedendo.

L. nei pochi secondi di pausa tra le contrazioni dice che se continua così per 20 ore lei non ce la fa. Mi sento svenire e mi viene da vomitare a ogni contrazione, dice, così non ce la faccio...

Chiamiamo quindi per una seconda volta Ans che, probabilmente levando gli occhi al cielo e scuotendo la testa ci dice: è impossibile che sia successo qualcosa. Ero lì poco fa e la cervice era chiusa e spessa. C'è ancora tanta strada da fare prima del parto.

E per il dolore lancinante durante le contrazioni?

Doccia bollente.

Riaggancio e siamo motlo molto perplessi.

L. si infila sotto la doccia e il box si appanna tutto. Io me ne sto lì fuori, inutile e pensoso. Tra i fumi del vapore, le chiedo come va'. Meglio, dice L., poco convinta.

Poi esce, fa la pipì e si accorge che sta perdendo sangue.

Al quarto quadretto di carta igienica che riemerge completamente rosso di sangue ri-ri-chiamiamo Ans.

Che un po' controvoglia dice: ok, arrivo. Non buttare la carta igienica sporca di sangue, aggiunge, così capisco meglio la situazione.

Ans arriva verso mezzanotte. Entra subito in bagno e esamina la tazza del cesso, non sciacquonata, dov'erano raccolti i pezzi di carta igienica rossi di sangue.

Mi guarda con un sorriso indulgente. Non è niente, è normale perdere un po' di sangue, sorride un po' tirata.

Poi si siede sul letto, tra le gambe di L. che giace distrutta. Le infila le dita dentro e il suo sorriso serafico si incrina. Sgrana gli occhi. Non dice niente per qualche secondo e poi.

"This. Is. Unbelievable..."

Le mie sopracciglia si alzano, accompagnate all'unisono da quelle di L., e Ans si ritrova addosso i nostri 4 occhi.

"You are dilated 6 cm! Unbelievable. This is unbelievable... We go to the hospital. Now!".

Frenetici preparativi. Ans chiama l'ospedale, composta ma senza perdere tempo. Io vado a prendere la valigia già pronta e il seggiolino da auto per il ritorno a casa, mentre L. si alza dal letto e, un po' stordita cerca di mettersi qualcosa addosso. Mette una giacca sopra al pigiama. E' scalza, e Ans le dice "mettiti le ciabatte più comode! dobbiamo andare subito!". L. esita e allora Ans prende la mie ciabatte, regalo di una zia dai gusti altalenanti, ciabatte morbidose e grandi come zattere, la destra porta il disegno di un orrido cane di qualche film Disney, e la sinistra reca la scritta Pongo, presumibilmente il nome del suddetto orrido cane Disneyano. Sono ciabatte di indubbia ed esagerata bruttezza.

Ed è qui che viene fuori la classe. L'indiscussa eleganza. Il fiero, intransigente portamento di L.

No. Io quelle ciabatte non me le metto!

E mentre Ans se ne sta lì, Pongo in una mano e sguardo interrogativo, L. cerca, trova, e calza delle ciabatte tinta unita, giallo chiaro, sobrie, decisamente più consone all'occasione.

Vado a prendere la mia macchina, dice Ans e corre giù, mentre io e L. la seguiamo, lentamente, lentissimamente, interrotti a ogni gradino da contrazioni.

Da quel momento in poi, Ans non riesce più a starmi antipatica. Diventa la persona che farà nascere la Tipsy, la nostra Tipsy. Non sbaglierà nulla, nemmeno i dettagli, nemmeno gli sguardi, le distanze, gli spazi, i silenzi. E io le voglio già un po' bene.


Venerdì 9 maggio 2014, ore 0.20 circa

Io e L. usciamo in strada. E da qui in poi sarà come essere in una puntata di ER - Medici in prima linea.

Si sente un clacson vociare, lungo e ripetuto. Abitiamo vicini a una popolare venue per concerti, e c'è spesso movimento in strada. Un idiota ubriaco barcolla in mezzo alla strada. Ans lo spinge a bordo carreggiata a colpi furenti di clacson, poi indietreggia in spericolata retromarcia fino a noi.

Saliamo in macchina e L. urla e si contorce a ogni contrazione. Ans e io cerchiamo di tranquillizzarla, con pochissimo successo.

Sento la testa! Sento la testa! Aaaaaaaah!

Fortunatamente l'ospedale è vicino al centro. Entriamo nel parcheggio, e Ans ferma la macchina più vicino possibile all'ingresso, scende e corre via, lasciando la porta spalancata. Scendete!, intima decisa e sicura. Scendiamo e la vediamo ritornare di corsa spingendo una sedia a rotelle.

Corridoio d'ospedale. Lungo corridoio d'ospedale. Visto esattamente di fronte. In fondo c'è una porta, chiusa, su cui si stringe piano piano l'inquadratura. La musica di sottofondo è quella di ER - Medici in prima linea.

La porta si spalanca con un wump! improvviso. Sulla sinistra un'alta e magra signora bionda corre, spingendo una sedia a rotelle dove siede, tra urla e contorsioni, una donna panciuta chiaramente agli sgoccioli di una gravidanza. Al loro fianco, più a destra, un uomo affannato e spettinato, corre ansimando, tirandosi dietro un trolley saltellante e un seggiolino da auto.

La donna sulla sedia a rotelle urla disperata Esce! Esce! Esce!!!

Siamo noi.

Arriviamo nella stanza dove ci aspetta Eveline, l'infermiera, che aiuta Ans a stendere L. sul letto. Un'occhiata all'orologio, Eveline scrive sul referto alla voce "ora del ricovero", 0:35. Mezzanotte e trentacinque.

Now it is very important that you listen to me, L., and that you do what I tell you to do, ok?

Ans è ferma e allo stesso tempo gentile, quasi dolce.

L. grida come una pazza indemoniata, ma una pazza indemoniata di classe. Un'indemoniata elegante.

Push!!!

E qui, sarà la suggestione data dalla circostanze diciamo eccezionali, sarà l'alterazione romanzante del ricordo di un evento primo e unico, sarà quel che sarà ma io credo proprio di aver sentito un Plop!, e di aver visto una testolina piena di capelli scuri sbucare all'improvviso tra la gambe aperte di una L. ululante.

Push!!!

E qui un secondo Plop! ed eccoti la Tipsy tra le braccia di Ans. Tutta intera. E' letteralmente saltata tra le braccia di Ans, una funambolica propulsione espulsiva l'ha sparata tra le braccia di Ans. E' di color grigio topo morto. Ma non faccio nemmeno in tempo a preoccuparmene che inizia a piangere e come per magia diventa tutta rosa. Tutta quanta rosa.

Eveline dà un'occhiata all'orologio e sotto la scritta: "ora del ricovero: 0.35" aggiunge: "ora della nascita: 0.47". Mezzanotte e quarantasette. Dodici minuti.

Faccio questo lavoro da più di vent'anni e non ho mai visto un parto primiparo così veloce, dice Ans, sorridendo, mentre Eveline annuisce e conferma.

E' record del mondo. Abbiamo infranto il record del mondo.

E' normale?, chiede L. guardando la Tipsy. Ha già recuperato il controllo di se e sembra si sia appena svegliata da un pisolino della domenica pomeriggio. Se la mia identità non dovesse essere tenuta segreta per ragioni di sicurezza nazionale posterei qui la foto che le ho fatto 10 secondi dopo il parto. Uno schianto.

Ma certo che è normale!, dice Ans. Le appoggia la Tipsy sul petto, lei smette istantaneamente di piangere e, senza che nessuno le abbia ancora spiegato niente, si mette a cercare la tetta con la bocca.

Bene.

Ho assistito al parto. Ero di fianco a L. quando ha sparato fuori la Tipsy. Ho tagliato io il cordone ombelicale, ho guardato e anche toccato la placenta, eccetera eccetera. Insomma, ho fatto anche tutte quelle cosa schifose post parto che i neo padri devono fare se vogliono dimostrare (o perlomeno fingere) di non essere dei veri cacasotto.


Venerdì 9 maggio, mattino.

Siamo davanti all'ospedale. Tutti e tre. Aspettiamo il taxi che ci porterà a casa. E io e L. siamo pronti a tutti gli errori che, in quanto genitori, saremo tenuti a compiere per aiutare la Tipsy a capire com'è che si fa.



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* Sì, certo, a braccio...


domenica 15 giugno 2014

Irragionevole ottimismo

Il post di questa mattina era, oggettivamente, un post irragionevolmente ottimista.

E quindi è stato decisamente indimenticabile arrivare a Santa Maria Maggiore e trovare Midori immobile sul marciapiede con in mano un cartello con scritto "Manoel O. Dias". Dall'altro lato della piazza Alex V. scrutava l'orizzonte, con gli occhi aguzzi.

Ecco. Quando succedono queste cose uno non puo' fare a meno di pensare che il mondo sia proprio un bel posto dove vivere.

O no?

I prossimi obiettivi sono una ceretta in un centro benessere di Bangkok in compagnia di Natalia Pi e una nottata in un laido night club a fare da spalla agli indiscriminati approcci amorosi di PuroNanoVergine.


Catch me if you can

Oggi alle ore 11 circa Manoel arriverà alla stazione Roma Termini. Camminerà trascinando il suo trolley verde per via Cavour, fino a Santa Maria Maggiore. Li devierà per via Urbana, che percorrerà tutta. Se possibile farà shopping. O si fermerà in un bar. Passerà accanto alla basilica di San Pietro in Vincoli, e proseguirà fino al Colosseo. A causa del caldo, ha deciso di indossare dei calzoncini corti grigi. Passato il Colosseo imboccherà via San Gregorio. Poi tutto dritto dritto fino alla stazione di Piramide, dove prenderà il trenino per l'aeroporto. Questo dovrebbe avvenire verso le 15 circa.

Quindi tutto con grande calma.

mercoledì 11 giugno 2014

Come fare soldi in Olanda

Entro all'ufficio postale con già pronta in mano la moneta da due euro. La appoggio sul banco e dico:
- Salve, vorrei un francobollo da due euro.
- Sono due euro e dieci, grazie.


venerdì 9 maggio 2014

domenica 4 maggio 2014

Cacca morbida: epilogo

Mi è stato appena comunicato dai genitori di Ciccio che il pannolino è stato montato a rovescio. Il davanti nel di dietro. (Si veda il post precedente).

Cacca morbida

Oggi ho cambiato il mio primo pannolino. No, no, state tranquilli, fedeli lettori (potrei elencare i vostri nomi, sì, me li ricordo tutti e tre!), non sono ancora padre, anche se manca pochissimo*.

Il pannolino l'ho cambiato a Z., detto Ciccio, che è il figlio di amici che sono venuti a trovarci nella ridente cittadina dei Paesi Bassi dove io e L.** trascorriamo questa gravidanza.

Insomma, è andata così: i nostri amici volevano visitare un museo, e siccome a me e a L. della cultura proprio non ce ne frega nulla, ma proprio nulla, ci hanno chiesto ma non è per caso che ci potete tenere Ciccio mentre noi andiamo al museo?

Ma certo! Non c'è problema!

Gli amici, gentilmente, si sono premurati di cambiare il pannolino a Ciccio 30 secondi prima di lasciarcelo e partire.

Stiamo via solo un'oretta Ciccio! Resti qui con M. e L.? Ciao ciao Ciccio. Baci baci ecc.

Rimasti soli col biondissimo Ciccio ci siamo messi a giocare, felici e spensierati, fino a che io ho sentito provenire dalla pancia del Ciccio medesimo un suono che potremmo descrivere approssimativamente con un:

STRUUUMPFFFFFFFFFFFFUUUUUMPFFFFFIIIIIIUUUUUMMMMMPF.

Ciccio, hai fatto la cacca?
Occhi persi nel vuoto. Ciccio fissa un punto molto molto lontano sopra la mia spalla.
Ciccio? Hai fatto la cacca?
Gli occhi di Ciccio, lentamente, tornano al mondo reale. L'orizzonte, sempre sopra la mia spalla, si avvicina sempre di più, metro dopo metro, finché arriva a coincidere con i miei, di occhi.
Hai fatto la cacca, Ciccio?
Sorrisetto complice, occhi che mi guardano da sotto la frangetta dritta come un proiettile, la testa di Ciccio inizia a muoversi su e giù. Fì! dice Ciccio. Fì!

Merda.

Ha cagato.

Attimi di panico.

Sconforto.

Poi mi ci sono messo e devo dire che, con l'aiuto di L., ho fatto un bel lavoretto.

Ciccio ha di nuovo il culo pulito, un pannolino nuovo, e sgambetta per casa.

Ed ora una riflessione finale. Ma quanto cagano 'sti bambini? Il pannolino era strapieno di merda fumante. Una quantità impressionante, data la taglia del produttore...

Per fare una simpatica analogia, e come se un adulto riempisse raso un water.

Non so se mi sono spiegato.

_______________

* Due date: May 13th.
** Che, nonostante la pancia formato pallone aerostatico mantiene una classe e un portamento da lasciare secchi.

giovedì 1 maggio 2014

Books I read 19 - Una storia semplice, Leonardo Sciascia

Una storia semplice inizia così:
La telefonata arrivò alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della rutilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al falegname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accendevano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e ormai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato.
ed è un breve romanzo di 66 pagine, l'ultimo pubblicato da Leonardo Sciascia.

Ammetto, con non poco imbarazzo, che Una storia semplice è il primo libro di Sciascia che io abbia letto. Ed è un libro molto bello.

So già che andrò fuori tema, perché parlar d'altro mi piace assai, e vi chiedo quindi un po' di comprensione e di pazienza. Di quest'ultima avrete certamente bisogno per seguire le mie divagazioni.

Che iniziano così.

Tanto tempo fa.

Caravaggio (Michelangiolo Merisi, detto il) era, risaputamente, un tipo irrequieto. Negli anni tra il 1590 e il 1592, già distintosi nella sua città natale, Milano, per risse e balordaggini varie, commise addirittura un omicidio, e per evitare di finire in galera fuggì dapprima a Venezia e poi a Roma. A Roma diventa presto un pittore di successo, e riceve parecchie commissioni importanti. Non stupisce quindi ritrovarlo, nel 1600, ospite a Palazzo Madama, che era allora l'umile dimora del cardinal del Monte, ed oggi la sede del Senato della Repubblica*. Il 28 novembre dello stesso anno, all'interno del palazzo, malmenò (a bastonate, pare) un nobiluomo ospite del cardinale, che lo denunciò. Nel periodo seguente, il Caravaggio continuò la sua vita romana tra risse e violenze varie, alle quali seguirono denunce e, espressione molto in voga ai giorni nostri, azioni giudiziarie. Si racconta che il nostro fosse un ospite abituale delle carceri di Tor di Nona. Un curriculum vitae di tutto rispetto il suo, dove non mancavano omicidio, diffamazioni, possesso abusivo d'armi, ingiurie alle guardie pubbliche, aggressioni, risse e via discorrendo. Ad un certo  punto Caravaggio finì addirittura in ospedale, per una ferita che dichiarò di essersi provocato "cadendo sulla sua spada"**.

Il 28 maggio 1606, durante una partita a pallacorda*** il Merisi discute animatamente con il suo avversario a proposito di un fallo di gioco, la discussione degenera in rissa, e la rissa in omicidio. Ed è così che Caravaggio viene condannato alla decapitazione, e siccome all'epoca su certe cose non si scherzava proprio per nulla, nella sentenza venne spiegato che la condanna poteva essere eseguita da chiunque lo riconoscesse per strada.

Per motivi non troppo difficili da comprendere, nei dipinti del Caravaggio iniziarono a comparire ossessivamente autoritratti dove l'autore vestiva i panni di un condannato a morte a cui viene mozzata la testa.

Per sfuggire alla condanna Caravaggio fugge da Roma per giungere in varie località laziali, a Napoli, e infine a Malta. Quest'ultima destinazione fu scelta non tanto per il clima e il paesaggio, ma piuttosto per il fatto che lì sarebbe potuto entrare nell'ordine dei cavalieri di san Giovanni, cosa che gli avrebbe garantito l'immunità****. Il 14 luglio 1608 il Merisi riesce nel suo intento e viene nominato cavaliere di grazia.

Come però potrete immaginare, il nostro proprio non riesce a starsene tranquillo come fanno i bravi ragazzi, e combina un ennesimo casino che gli costa l'imprigionamento nelle carceri de La Valletta, nonché l'espulsione dall'ordine dei cavalieri di san Giovanni, in quanto "membro fetido e putrido". Il Merisi riuscirà incredibilmente a evadere e a rifugiarsi in Sicilia, dove resterà per diversi anni.

Ed è proprio durante questo soggiorno in Sicilia che Caravaggio dipinge la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi per l'Oratorio di San Lorenzo a Palermo*****, dove resterà esposto fino alla notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, notte in cui venne trafugato.

Non si conoscono molti dettagli riguardo al furto della preziosa tela, se non il fatto che fu un lavoro semplicissimo: il quadro se ne stava lì sull'altare maggiore nella totale assenza di alcuna misura di sicurezza. Il furto del quadro, molto probabilmente, fu commissionato dalla mafia, e pare che la tela sia stata esposta durante diverse riunioni della "cupola", come oscena ostentazione di potere.

Per quanto si è potuto ricostruire, i trafugatori avrebbero cercato di vendere il quadro, fallendo. Cosa che non stupisce, trattandosi di un Caravaggio appena rubato. Quindi la tela venne messa dentro a una cassa di ferro insieme a qualche chilo di cocaina e diverse milionate di dollari in mazzette fruscianti e seppellita da qualche parte nella campagna palermitana. Un pentito di mafia, molti anni dopo, indicò addirittura il luogo della sepoltura, ma la cassa non fu mai ritrovata.

Come se non bastasse la mafia, ci si mise pure la sfiga a complicare le cose. A quanto dichiara lo storico e giornalista inglese Peter Watson, un mercante d'arte di Laviano (provincia di Salerno) gli propose l'acquisto della Natività. Watson riuscì persino a fissare un appuntamento coi ricettatori: il 23 novembre 1980. Questa, per chi non lo sapesse, è anche la data del terremoto dell'Irpinia, che devastò l'intera regione e impedì, tra le altre cose, lo svolgimento dell'incontro e l'acquisto della tela da parte di Watson.

Ulteriori notizie vennero ottenute in seguito all'arresto di Giovanni Brusca, che dichiarò che la restituzione del quadro venne (segretamente, si capisce) offerta allo stato italiano in cambio di un alleggerimento del famoso articolo 41-bis, detto anche carcere duro, che regola il trattamento dei detenuti mafiosi. Lo stato italiano rifiutò l'offerta.

A questo punto, la tela venne affidata ad una famiglia mafiosa, i Pullarà, che la nascosero in una stalla fuori città, dove venne rosicchiata da topi e maiali.

I resti vennero bruciati.


Vi ho raccontato tutto questo perché il furto della Natività fu di ispirazione a Sciascia per la scrittura del suo ultimo, breve romanzo: Una storia semplice.

Il romanzo è un'intricata storia di mafia e di traffico di droga, e la genialità di Sciascia diventa palese quando ci si accorge che queste due parole, mafia e droga, non compaiono mai, per tutto il romanzo, e nonostante questo è ovvio che di quello si tratti.

È un racconto dal finale amaro. Che mette in luce con spietata chiarezza un mondo. Un mondo malato. Un finale talmente privo di speranza da risultare, inevitabile reazione, una prospettiva di guarigione.


Per volontà dell'autore, il libro è apparso nelle librerie il giorno della sua morte. Il 20 Novembre 1989.



(Sono chiaramente andato fuori tema più volte. Ma mi sono divertito molto.)


__________

* A voi decidere se questo ne sia un migliore o peggiore utilizzo.
** Pensate un po' che sfortuna.
*** Una specie di tennis, ma probabilmente molto, molto più palloso.
**** Adesso invece gli sarebbe bastato ingraziarsi il segretario di qualche partito e farsi eleggere in parlamento.
***** In realtà la cosa è discussa, pare infatti che il quadro sia stato dipinto diversi anni prima (nel 1600) a Roma e solo in seguito trasportato a Palermo.

giovedì 3 aprile 2014

Zoologia in cucina

Da qualche tempo vivo e lavoro nei Paesi Bassi. Non in via definitiva. Solo qualche mese, poi si torna a Pariggi.

Vivendo nei Paesi Bassi, sono costretto a pranzare nei Paesi Bassi. Nella mensa dell'università. Il che, potrete immaginare, è un'esperienza estrema (e io ho anche vissuto nei paesi anglosassoni e vi posso garantire che, sì, l'Olanda è decisamente molto peggio dal punto di vista del cibo).

Eccovi due gustosi (facile ironia...) episodi. Accaduti entrambi in mensa. Ai quali segue un'attenta analisi sociologica firmata Manoel.

EPISODIO NUMERO UNO.

L'altro giorno, sentendomi coraggioso, invece del solito tristo panino ho deciso di affrontare il "pasto caldo", servito con malcelato disgusto da dei finti cuochi in camice bianco che si affannano dietro al bancone della cucina (cucinano e servono contemporaneamente). Leggo dal menu le varie opzioni e, tutto d'un fiato, dico: "Beef sausages". Il piatto viene preparato e appoggiato al bancone. Lo prendo, sorrido, mi giro e mi incammino verso la cassa. Ma dopo pochi passi, un pensiero mi inchioda.

"Beef sausages? Ma le salsicce non si facevano col maiale?"

Il mistero è presto svelato. Le beef sausages erano polpette, che invece di avere la forma di una polpetta, avevano quella di una salsiccia.

EPISODIO NUMERO DUE.

Vi giuro che oggi in mensa c'era un panino al porcelo tonato. Porcelo??? Tonato??? Nonostante i due errori su due parole, non è stata l'ortografia errata a gettarmi nello sconforto.


CONSIDERAZIONE SOCIOLOGICA.

E' chiaro che gli olandesi fatichino a capire quale sia il miglior utilizzo di un animale in cucina. Non si possono fare le salsicce con un animale preso a casaccio! Perdio! (Non ho le forze per aggiungere una frase sul porcello tonnato. Davvero non ce la faccio.).

giovedì 20 marzo 2014

Ridere

Ieri sera è morta la mia nonna. Si chiamava I., la mia nonna, ed aveva 99 anni.

La cosa più incredibile, se ci penso, è il fatto che mia nonna sia stata vecchia per lo meno da quando me la ricordi, e chi vi parla ha quasi 38 anni.

Anche la sua sorellina, la mitica zia Q., è vecchia da quando io me la ricordi. Ha 97 anni. È ancora viva, anche se non se la passa per niente bene da qualche anno.

I. e Q. hanno sempre vissuto assieme. Tutta la vita. E la cosa più bella che possa dirvi di loro è che ero sempre contento quando andavo a trovarle. Perché erano due vecchie simpatiche. Ma proprio molto simpatiche. Dicevano un sacco di stupidaggini e ridevano e facevano ridere tutti quanti.

Non credo sia normale andare a trovare due novantenni che vivono sole (a parte gli ultimi anni con badante 24/7 hanno sempre vissuto da sole) con l'aspettativa di divertirsi un sacco. Di schiantarsi dal ridere.

Ecco, invece era così.

E la mia bisnonna era ancora meglio. Ma quella è un'altra storia.


Mi piacerebbe raccontarvi un paio di cose sulla mia nonna I. e sulla zia Q.

Per esempio quando cucinavano. Un loro pranzo tipico erano 50 grammi di pasta. 50 grammi da dividere in due! Una cosa ridicola. Provate a pesare 50 grammi di maccheroni e poi contateli. Poi pensate di doverli dividere a metà con qualcuno. È una cosa ridicola, ve lo garantisco.  Insomma cucinavano questi 50 grammi di pasta, che venivano poi consumati dolorosamente tra mille recriminazioni.

- Te l'ho detto che ne hai fatta troppa!
- Ne ho fatta come sempre, 50 grammi.
- Allora ne dobbiamo fare di meno. Te l'ho detto. Così è troppa!
- Mangia e sta zitta!
- Non ne posso più. È troppa…
- Sì, forse è troppa. Allora lasciala lì, va là...
- Sì, la lascio lì. Signore mio, mi sento scoppiare…
- Ma sì dai, lascia lì… È tanta anche per me...

Il tutto chiaramente in dialetto.

Poi, finita faticosamente la pasta, la zia Q. si dirigeva verso il freezer, tirava fuori una vaschetta di gelato*, ne preparava due scodelle enormi che si mangiavano ghiotte senza fiatare.

- Il gelato è una grande invenzione.
- Ah, sì...
- Chissà chi è che ha avuto 'sta idea...

Eccetera.

Uno spasso.

Un'altra scena mitica è questa.

A un certo punto mio padre regalò alla nonna I. e alla zia Q. un telefono cordless. Per mesi, ogni volta che andavo a trovarle, una delle due reggeva il telefono in alto davanti a se, con una mano, e poi mi diceva: -Guarda!- e iniziava ad agitare l'altra mano prima sotto, poi sopra al telefono. Poi a destra, poi a sinistra.

- Guarda! - diceva - non c'è il filo! Io mi chiedo come faccia sto coso a funzionare…

E l'altra scuoteva la testa con in faccia un'espressione di totale meraviglia di fronte a un fenomeno chiaramente paranormale.

E potrei andare avanti per ore a raccontare...

Insomma, erano proprio uno spasso, quelle due.

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* In 38 anni non ricordo di essere andato a trovarle e non aver trovato del gelato in freezer. C'era sempre del gelato in quella casa.

martedì 18 marzo 2014

Titoli simultanei - Adesso basta

OK, adesso basta coi titoli simultanei (si vedano i dieci post precedenti). Mi son venuti un po' a noia.

Penso non sia necessario commentare niente. Mi pare evidente che i titoli parlino da soli.

E ci dicano che i giornali in Italia sono una barzelletta. (E ne ho scelti due i cui lettori ritengo ritengano di avere un'intelligenza sopra la media, figuriamoci gli altri, i cui lettori ritengo spesso ritengano la conoscenza del congiuntivo un vezzoso accessorio per fighetti di sinistra…).

Ma sì, dai, violiamo le nostre migliori intenzioni e facciamolo, un commento!

Eccolo.

La cosa peggiore dell'Italia è il giuoco del calcio. O meglio, il fatto che tutto, ma proprio tutto, in Italia venga vissuto e affrontato come se fosse una partita di calcio. Ad aggravare la situazione c'è il fatto che tutto viene vissuto non dal punto di vista del giocatore che corre, suda e calcia il pallone (e quindi, per lo meno, fa qualcosa), ma da quello del tifoso seduto in poltrona davanti alla TV che inveisce contro l'arbitro o grida sguaiato "goooooooooool!".

Se la tua squadra gioca scorretto, o male, o compra l'arbitro, o vince al novantasettesimo con un autogol sospetto (in rovesciata), non importa. La tua squadra ha vinto e ci sono tutti i motivi per gioire e per acclamarla e sostenerla (e per sbeffeggiare la squadra avversaria).

Se la squadra avversaria vince dopo un partitone memorabile con tanto di acrobazie e fuochi d'artificio, ci sarà sempre modo di trovare un'interpretazione "dietrologica". Chessò, la moglie dell'arbitro gli ha messo le corna andando a letto col portiere della tua squadra che quindi viene ora punita ingiustamente da un arbitraggio scandaloso.

Pensate a come la vita politica del nostro paese e le discussioni e opinionismi che le nascono attorno assomiglino sempre di più al Processo del Lunedì*, dove tutti sanno già dal principio che, indipendentemente da -tutto-, Tiziano Crudeli difenderà il Milan, Elio Corno difenderà l'Inter, Franco Melli la Lazio e così via...

Se solo riuscissimo a smetterla di essere sempre e solo dei tifosi forse andrebbe tutto un po' meglio.

E ci sentiremmo un po' meno brutti. E meschini. E livorosi.

E adesso la smetto ché 'sta predica mi sta facendo diventare pesante e antipatico anche a me stesso.

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* A mio avviso capolavoro involontario di televisione d'avanguardia.

Titoli simultanei 10

Titolo de La Repubblica:

Spending review, ecco la cura Cottarelli: "Cinque miliardi di risparmi in otto mesi".

Titolo de Il fatto quotidiano:

Sallusti e la raccolta firme pro Cavaliere: "Non gli piace? Mi può sempre cacciare".

(La notizia sulla spending review è la seconda sul Fatto, con titolo: Tagli spending review, palazzo Chigi pompiere "E' ancora una bozza"). 

lunedì 17 marzo 2014

Titoli simultanei 9

Titolo de La Repubblica:

Merkel: "Molto colpita da Renzi. Con lui c'è un cambiamento strutturale".

Titolo de Il fatto quotidiano:

Merkel: "Il piano di Renzi è ambizioso". Il ministro Schaeuble: "No rinvii su rigore".

Titoli simultanei 8

Titolo de La Repubblica:

Renzi, esordio da premier a Berlino. "Noi non siamo alunni somari".

Titolo de Il fatto quotidiano:

Brindisi, area protetta con sorpresa. La discarica dei veleni nel parco regionale.

(sul Fatto Renzi è la seconda notizia, con titolo: La stampa tedesca: "Renzi provoca la Merkel con l'anti-rigore").

sabato 15 marzo 2014

Titoli simultanei 7

Titolo de La Repubblica:

Ucraina: "Russi ci invadono, reagiremo". Risoluzione ONU, veto di Putin.

Titolo de Il fatto quotidiano:

Baby squillo: Floriani prova a salvarsi con la norma della moglie Mussolini.

Titoli simultanei 6

Titolo de La Repubblica:

"Aereo malese in volo sette ore dopo la scomparsa dai radar".

(Questa notizia è l'ultima in fondo alla pagina web de Il fatto quotidiano).

Titolo de Il fatto quotidiano:

"Ior, la grande fuga dei capitali nascosti. Ma il Vaticano nega i nomi a Bankitalia".

(Questa notizia al momento non compare sulla pagina web de La Repubblica).

venerdì 14 marzo 2014

Titoli simultanei 5

Titolo de La Repubblica:

Lavoro, così cambiano i contratti a termine.

Titolo de Il fatto quotidiano:

Anche la Cgil boccia Renzi: "Più precari". E' scontro sul nuovo contratto a termine.

Titoli simultanei 4

Titolo di La Repubblica:

Berlino: da Renzi progetto di riforme ambizioso. Ma Camusso attacca: "Si crea nuova precarietà".

Titolo de Il fatto quotidiano:

Anche la Cgil boccia Renzi: "Più precari". Financial Times: "Non è cura per l'Italia".

Titoli simultanei 3

Titolo de La Repubblica:

Berlino: da Renzi progetto di riforme ambizioso.

Titolo de Il fatto quotidiano:

Financial Times: "Renzi non cura l'Italia"

giovedì 13 marzo 2014

Titoli simultanei 2

Titolo de La Repubblica:

Ue: bene il piano del governo. "Ma rispetti i vincoli".

Titolo de Il fatto quotidiano:

La BCE gela Renzi: 'No progressi tangibili'. E la Ue: 'Bene annunci, ma rispetti i patti'.

Titoli simultanei 1

Iniziamo oggi una nuova rubrica intitolata: Titoli simultanei. Periodicamente scriverò in queste pagine i due titoli che aprono, allo stesso momento, le edizioni online de La Repubblica e de Il fatto quotidiano.

Titolo de La Repubblica:

Renzi: "Cento giorni per cambiare" - Mille euro in più all'anno a chi ne ha meno di 1500 al mese.

Titolo de Il fatto quotidiano:

Il consiglio dei ministri non decide niente. Renzi rinvia di un mese gli 80 euro in più.

lunedì 10 marzo 2014

L'olio volante

Ora, penso tutti voi abbiate capito che io e quella donna pazzesca, da urlo e tutto quanto di L. stiamo per fare una bambina. E che la cosa sia resa più interessante dal fatto che io e quello schianto di L. viviamo non solo in due città diverse, ma proprio in due nazioni diverse. La Francia e i Paesi Bassi.

Al momento stiamo spostando il baricentro della nostra famiglia verso i Paesi Bassi, che è il posto dove nascerà la Tipsy (non abbiamo ancora deciso il nome ma il soprannome è questo, ne siamo certi).

Lo spostamento del baricentro, come tutti voi saprete, comporta necessariamente uno spostamento di massa. Un flusso di materia che si sposta dal quattordicesimo arrondissement di Pariggi alla ridente cittadina paesan-bassa dove vive L.

Per farla breve: ogni volta che prendo il Thalys (lunga vita al Thalys!) per andare da Pariggi a Rotterdam* sono carico come un mulo di vestiti di L., di vestiti di Tipsy (pazzesco, questa non è ancora nata e ha già tutti i vestiti necessari per arrivare perlomeno alla prima comunione**), e amenità di ogni tipo, eccetera. In treno, sull'intrepido Thalys, ho trasbordato dalla Francia all'Olanda oggetti di ogni tipo, e per alcuni dei quali l'ho fatto senza sapere nemmeno a cosa servissero/cosa fossero (cremine varie, blocchi di creta, laptop rotti, ecc ecc).

Quindi la settimana scorsa non ho fatto una piega quando L., pochi minuti prima della mia partenza, mi ha scritto un messaggio che diceva: "Ricordati l'olio!". Sono andato in cucina, ho preso la tanica da 5 litri d'olio acquistata ad Ostuni (Puglia), l'ho avvolta in settemila sportine di plastica, l'ho messa in valigia e sono corso in aeroporto. Non ho avuto nessun dubbio sul da farsi, nessun tentennamento. E nemmeno il fatto che due settimane prima le avessi portato una tanica identica di altri 5 litri d'olio, mi ha fatto esitare. Ho solo pensato, brevemente: ma l'olio di oliva se lo beve?

Si sa. Le donne son donne. Misteriose. Incomprensibili. E le donne incinte ancora di più.


Un dettaglio che sono sicuro apprezzerete è il seguente: in realtà il mio viaggio Parigi-Paesi Bassi includeva una brevissima deviazione per Palermo (con cambio a Roma sia all'andata che al ritorno).

Insomma, mi sono trascinato dietro la tanica d'olio per tutto il tragitto Parigi-Roma-Palermo-Roma-Amsterdam. E negli sballottamenti aeroportuali, ahimè, si è tutta ammaccata.


"L., la tanica d'olio si è ammaccata tutta…"
L., guardandomi con la fronte aggrottata e gli occhi stretti a fessura: "La tanica d'olio?"
"Ma sì! La tanica d'olio che mi hai chiesto di portare!"
L., sempre con gli occhi a fessura: "La tanica d'olio?"
Estraggo quindi dalla valigia la tanica tutta malmessa e glie la mostro. E a quel punto gli occhi di L. si aprono, si spalancano, increduli, e le sopracciglia salgono alte verso il cielo, si inarcano a descrivere il profilo ondeggiato di due punti interrogativi. "La tanica d'olio?".

Dopo una breve discussione, capisco.

L. si riferiva all'olio anti smagliature.

Contenuto in una bottiglietta da 100 ml.

____________

* Dove cambio treno per giungere infine alla ridente cittadina bla bla
** È un modo di dire, dubito farà la prima comunione. Ci opporremo.

domenica 9 marzo 2014

Maricón!


Quella che vedete qui, sopra, per il sollazzo dei turisti spagnoli, è l'insegna di un negozio di abbigliamento a Palermo. Ci sono passato davanti mentre passeggiavo per il centro col mio amico M., che mi ha spiegato che un suo amico spagnolo, divertitissimo, è entrato per chiedere spiegazioni. E ha conosciuto le proprietarie, Maria e Concetta, Mari-Con, che chiaramente non parlano spagnolo.

sabato 1 marzo 2014

Senza zucchero

Dialogo tra M. e la commessa dell'unica panetteria/pasticceria franco/italiana della ridente cittadina olandese dove vive L.

- Buongiorno.
- Buongiorno, posso aiutarla?
- Cos'è questo?
- Questo... Non lo so come si chiami in inglese, ma è fatto con cioccolato senza zucchero e…
- Si fermi, signorina, si fermi.
- ?
- Non ho nessun interesse verso il cioccolato senza zucchero.
- Ah.
- Nessuno.
- ...
- Mi dia un brownie, per cortesia.
- Lo vuole normale o col cheese cake?
- Col cheese cake, col cheese cake, ovviamente.

martedì 25 febbraio 2014

Contrazioni?

Stamattina L. si è svegliata col mal di pancia.

"Saranno contrazioni?"
"Boh… Aspettiamo un po' e vediamo se passa…"

Dopo mezz'ora il mal di pancia era ancora lì.

"Ma dov'è che hai male?"
"Non lo so! Ho male! Un po'… Diffuso…"
"Si ma diffuso dove?"
"Boh… Qui…"

e si struscia il palmo della mano, con movimento circolare, su tutta la pancia.

"Saranno contrazioni?"
"…"
"Come si riconoscono le contrazioni?"
"Boh… Sono ritmiche, credo… Vanno e vengono?"
"…" (toccandosi la pancia con sguardo assorto).
"Mettiti sul divano. Riposati un po'."

L., avvolta in una coperta rossa, è distesa sul divano, rosso pure lui, la testa appoggiata a un bracciolo e le gambe sulle mie ginocchia, assieme al laptop, a cui chiediamo una risposta.

"Vadiamo… Contrazioni… Gra-vi-dan-za… OK…"
"Cosa dice?"
"Naaah! Questo è un forum. Son pieni di minchiate i forum…"
"…"
"Contrazioni. Sì, sono periodiche. Se si ripetono regolarmente ogni… 20 minuti… ci si preoccupa. Altrimenti no."
"E chennesò se si ripetono! Io ho male sempre!"
"Allora non sono contrazini…"
"Aspetta."

Mani che si muovono sulla pancia, sotto la coperta rossa. Sguardo assorto. Sopracciglia aggrottate.

"A volte è meno forte e a volte è più forte. Forse. Sono contrazioni? Quanto durano le contrazioni?!?"
"Vediamo… Du-Ra-Ta Con-Tra-Zio-Ni. Ecco. Mmm… Poco! 30-40 secondi…"
"Mmmm…"
"Ma quanto male hai?"
"Poco, poco… Ma lo sento!"
"Secondo me non sono contrazioni…"
"E allora cos'è?!?"
"Perché non chiami la midwife e le chiedi?"
"Ma vaaaaa… E cosa le dico? Non so nemmeno descrivere cos'ho!"
"Boh… Io chiamerei…"
"No, poi cosa vuoi che mi dica!"
"Dolore diffuso…. Addome… Gravidanza… Dove sono le pelvi? Che sia dolore pelvico?"
"Cosa dice?"
"Dolore…. Boh… Non si capisce…"
"Non sarà il perineo?!? Oddio! Ho il perineo debole!!!"
"Miiiiiiii!!!!!! Quel cazzo di libro sul perineo che ti ha dato la S. lo brucio, cazzo!"
"E' il perineo…. Ecco! Lo sapevo! Cristo, ho il perineo debole…"
"Chiama la midwife!"
"No!"
"Che cazzo…"
"Ma cosa le dico!?!"
"Le spieghi cos'hai…"
"Ma tanto cosa vuoi che mi dica…"
"Quando fai così non ti sopporto, cazzo, a cosa servono allora le midwife?"
"…" (sguardo assorto, si sta probabilmente tastando la pancia)
"Hai ancora male?"
"Sì. E' quasi un'ora, cristo…"
"Ma dove ti fa male?"
"Ma non lo so! Non capisco… Aspetta."

La coperta rossa si agita tutta mentre L. si tasta in vari punti.

"Forse a volte cala. E poi si riacutizza. Sono contrazioni!"
"Le contrazioni, leggo da questa pagina di medici di non so cosa, durano 30-40 secondi, partono dal basso ventre e si irraggiano a tutto l'utero."
"Non era il contrario?"
"Boh, fammi rileggere…"
"Ho le contrazioni?"
"Perché non chiami questa cazzo di midwife?!?"
"Non la chiamo la midwife!"

E andiamo avanti cosi' per altri 15 minuti. Dopodiché L. si alza, va in bagno, fa la cacca e le passano tutti i dolori.

domenica 9 febbraio 2014

Geopolitica dei passeggini

In questo periodo L. ed io parliamo solo di passeggini. Sappiamo tutto. Modelli, prezzi, funzionalità, accessori. Paese d'origine. Colori disponibili. Vantaggi e svantaggi. Eccetera.

Che palle!, starete pensando.

Ma vi invito a resistere un altro minuto e terminare la lettura di questo post, perché quella che abbiamo fatto ieri L. ed io è una scoperta interessante.

L. ed io viviamo nella parte sud di Parigi. Nel quattordicesimo arrondissement, per essere precisi. Il quattordicesimo è un quartiere medio borghese. Con gente piuttosto benestante ma non ricca.

Subito a nord del quattordicesimo c'è il sesto arrondissement. Nel sesto ci abita, in genere, gente con un sacco di soldi. Famiglie benestanti. Spesso ricche. È l'arrondissement di Saint-Germain des Prés e dei giardini del Lussemburgo, per intenderci.

Bene.

Ieri L. ed io abbiamo fatto una passeggiata da casa nostra su su fino al sesto che finisce poi sull'argine della Senna. Essendo, come dicevo sopra, ossessionati dai passeggini, abbiamo studiato tutti quelli che incrociavamo per strada.

Il risultato è stato inquietante.

Nel quattordicesimo arrondissement tutti (ma veramente TUTTI) i genitori e/o nonni spingevano passeggini della marca Maclaren (prezzo medio 200-300 euri). Appena passato nel sesto eccoti sparire di colpo i Maclaren e comparire in massa passeggini di marca Bugaboo e Babyzen (prezzi dai 600 ai 1000 euro).

Giunti in prossimità della Senna (a pochi minuti da Notre Dame, per intenderci) abbiamo visto perfino uno Stokke (il cui prezzo può addirittura superare i 1000 euri).

A questo punto non ci resta che andare a Belleville (celeberrimo quartiere popolare parigino, con tanto di chinatown e massiccia immigrazione extracomunitaria) e vedere quali sono i passeggini più in voga nella zona.

E poi saremo pronti per pubblicare uno studio socio-economico sulla distribuzione della ricchezza nella capitale francese.


lunedì 13 gennaio 2014

Sui discorsi banalotti tenuti da alcuni idoli letterari a varie cerimonie di conferimento di lauree o diplomi e altre considerazioni a margine

Nelle università degli Stati Uniti c'è questa abitudine di invitare qualche pezzo grosso alla cerimonia di conferimento delle lauree. Il pezzo grosso si presenta, forse sorride, sale sul palco e fa un discorso ai neo laureati. Il discorso, immagino, dovrebbe servire a dare dei consigli, degli insegnamenti di vita, insomma, a ispirare le giovani menti dei giovani ex-studenti che si apprestano ad entrare nel cosiddetto mondo dei grandi. L'abitudine è talmente consolidata che questi discorsi hanno un nome. Si chiamano commencement speeches.

Diversi di questi commencement speeches sono diventati piuttosto famosi, e io voglio soffermarmi qui sui discorsi che sono stati preparati e tenuti da scrittori affermati.

Iniziamo da David Foster Wallace, che ha tenuto un acclamatissimo discorso alla cerimonia di consegna delle lauree al Kenyon College in quel di Gambier, Ohio, il 21 Maggio 2005. Ora, il punto è che David Foster Wallace è uno dei miei idoli letterari assoluti. Ho letto Infinite Jest due volte consecutive e lo trovo uno dei libri più belli, forse il più bello, che abbia mai letto. Considero David Foster Wallace un genio, un fuoriclasse assoluto che giganteggia nel paesaggio della letteratura Americana contemporanea.

In altre parole, se non si fosse capito, i libri di David Foster Wallace mi piacciono parecchio.

Ed è per questo che non appena qualcuno mi ha parlato di This is water, che sarebbe il titolo di questo celeberrimo discorso da lui tenuto a Gambier, mi sono precipitato a cercarlo. E l'ho trovato. E l'ho letto. E ci son rimasto malissimo.

Ci sono rimasto malissimo perché mi è sembrato retorico, auto indulgente e francamente anche un po' banalotto.

L'idea di scrivere un post sui discorsi fatti da scrittori affermati a cerimonie di conferimento di lauree mi è venuta leggendo questo post nel quale Ilenia Zodiaco recensisce l'ultimo libro di George Saunders e cita il discorso da lui tenuto ai neo laureati della Syracuse University nel 2013, definendolo splendido.

Per carità, il mondo è bello perché è vario, e i gusti sono gusti, eccetera eccetera, ma a me, dopo attenta lettura, nemmeno quel discorso è piaciuto. E non mi è piaciuto più o meno per gli stessi motivi elencati sopra a proposito di Wallace.

Dopo aver letto i commencement speeches di alcuni affermati scrittori (Wallace, Saunders, Gaiman), penso quasi che sia possibile ricostruirne una struttura tipica, che li accomuna. L'autore solitamente inizia con qualche battuta o spiritosaggine, facendo spesso leva sulla propria (vera o presunta) vecchiaia, sul sentimento di inadeguatezza nei confronti del ruolo di vecchio saggio che illumina giovani menti, eccetera eccetera. In alcuni casi (si veda il discorso tenuto dal non-so-proprio-come-mai-piaccia-così-tanto Neil Gaiman alla University of the Arts nel 2012) il pezzo grosso inizia il discorso dicendo addirittura che lui l'università mica l'ha fatta, anzi, è scappato da scuola non appena ha potuto!

Insomma, l'inizio di questi discorsi resta spesso sulla stessa linea. Un fintamente imbarazzato e probabilmente poco convinto: "che cosa ci sto a fare qui?".

Dopodiché i discorsi (mi riferisco ora ai tre discorsi che ho nominato fino ad ora) proseguono, a mio avviso banalotti e pallosetti, per culminare con quello che dovrebbe essere l'insegnamento che illuminerà, o per lo meno guiderà i giovani animi degli oramai ex studenti, che diventano quindi i depositari di profondissime verità del tipo:
"Siate più gentili",
un consiglio che, francamente, qualsiasi madre non degenere sarebbe in grado di dare ai propri figli (col valore aggiunto della sintesi: la qualsiasi madre di cui sopra impiegherebbe molto meno di un'ora per arrivare al punto).


Chiariamo una cosa. Con questo non voglio minimamente sminuire i meriti (quando ce ne sono) degli autori citati. Voglio solo riflettere sul motivo per cui persone ritenute illuminatissime (alcune delle quali a ragione) si ritrovino a raccontare (almeno a mio avviso ) delle banalità.


Allora mi sono messo a pensare ad autori affermati che si siano ritrovati a dover dare consigli e che (sempre a mio avviso)* non abbiano detto banalità.

Iniziamo da Kurt Vonnegut, che è un altro dei miei idoli letterari. Mi vengono in mente almeno due situazioni in cui abbia dispensato consigli. Le prima è l'introduzione della sua raccolta di racconti Bagomgo snuff box, dove elenca otto regole per scrivere una short story. Eccole:
  1. Use the time of a total stranger in such a way that he or she will not feel the time was wasted. 
  2. Give the reader at least one character he or she can root for.
  3. Every character should want something, even if it is only a glass of water. 
  4. Every sentence must do one of two things—reveal character or advance the action.
  5. Start as close to the end as possible.
  6. Be a sadist. No matter how sweet and innocent your leading characters, make awful things happen to them—in order that the reader may see what they are made of.
  7. Write to please just one person. If you open a window and make love to the world, so to speak, your story will get pneumonia.
  8. Give your readers as much information as possible as soon as possible. To heck with suspense. Readers should have such complete understanding of what is going on, where and why, that they could finish the story themselves, should cockroaches eat the last few pages.
The greatest American short story writer of my generation was Flannery O’Connor (1925-1964). She broke practically every one of my rules but the first. Great writers tend to do that.

Queste regole mi sono sembrate impeccabili. Soprattutto per il fatto che sono regole da non prendere troppo sul serio. E soprattutto anche per il fatto che mi hanno fatto prima sorridere, e poi ridere.

È chiaro che in questo caso non si tratta di un commencement speech, quindi forse il paragone con Wallace, Saunders etc etc è un po' azzardato, però resta il fatto che un elemento di differenza netta tra i consigli di Vonnegut e quelli di Wallace and Co. è una naturalezza, una leggerezza (tornerò più avanti su questo concetto), una trasparenza che Vonnegut trasmette e quegli altri invece no.

Non so se riesco a spiegare bene che cosa intendo. Ma l'impressione che ho è che Vonnegut non si prenda troppo sul serio. E che lo faccia in maniera serissima.

Un altro esempio di questa cosa che non riesco bene a spiegare è quest'altro consiglio, sempre di Vonnegut, rivolto a chiunque voglia mettersi a scrivere:
Here is a lesson in creative writing. First rule: Do not use semicolons. They are transvestite hermaphrodites representing absolutely nothing. All they do is show you've been to college. And I realize some of you may be having trouble deciding whether I am kidding or not. So from now on I will tell you when I'm kidding.
Non è fantastico? Sì, è fantastico. È Vonnegut.

Bene. Prima di passare all'ultima (o penultima, ancora non so) parte di questo lunghissimo post, vi confesso di aver cercato su google kurt vonnegut commencement speech e di aver scoperto che proprio l'anno scorso è uscito il libro If this isn't nice, what is? Advice for the young, che altro non è se non una raccolta di commencement speeches di Vonnegut! Il titolo, If this isn't nice, what is? è una frase del commencement speech tenuto da Vonnegut alla Syracure University (la stessa del discorso di Saunders…) nel 1994. Il discorso si trova su internet. L'ho letto. E mi è piaciuto. Leggetevelo anche voi.

Ed ora, per confondere le acque, vi parlo dell'altro autore affermato che secondo me si è ritrovato a dover dare consigli (o immaginare di dare consigli) e lo ha fatto senza dire cose banali. Si tratta di Italo Calvino. Altro mio idolo letterario. Il punto è che quello che afferma Calvino si trova assolutamente agli antipodi di qualsiasi cosa pronunciata in materia da Vonnegut, ma nonostante questo mi sembra un punto di vista assolutamente non banale, e forse anche condivisibile. [Il che mette in luce con crudele chiarezza quanto sia confuso chi scrive queste righe…].

Calvino, interpellato a proposito della diversità tra vecchi e giovani rispose così**:
La cosa che potrebbe avvicinare di più le generazioni è il confronto degli errori compiuti, ma è una esperienza che non si può trasmettere perché ogni generazione deve fare i suoi errori. Quello che distingue di più è la parte positiva che ogni generazione porta con sé, ma questo è per sua natura incomunicabile, perché appena si cerca di enunciarlo diventa retorica.
E poi aggiunge:
Chissà che la migliore soluzione non sia diventare un vecchio molto antipatico. Io credo che ci potrei riuscire senza molto sforzo, magari anche accentuando i caratteri di repulsività della vecchiaia, diventando un vecchio astioso, malefico, un po’ ripugnante, un po’ bieco. In questo modo potrei provocare nei giovani una reazione di bellezza, pulizia, di allegria. Forse sarebbe l’unico modo di raggiungere un risultato socialmente positivo, che nessuna pedagogia può sognarsi d’ottenere.
Insomma, leggendo queste frasi se ne evince che a Calvino non sarebbe piaciuto troppo dover fare un commencement speech (e che ai malcapitati neo laureati sarebbe piaciuto ancora meno ascoltarlo).

Ad aumentare la mia confusione, e a mandare sempre più alla deriva questo post (eccessivamente lungo), c'è il fatto che Calvino, aspirante vecchio antipatico, e predicatore della repulsività della vecchiaia, ha scritto quel meraviglioso testamento letterario che sono le Lezioni Americane, dove elenca le qualità che la letteratura del prossimo millennio (il nostro) dovrebbe possedere. Le Lezioni Americane avrebbero dovuto essere tenute all'Università di Harvard, cosa che non avvenne a causa della morte di Calvino. Non posso fare a meno di pensare che le lezioni fossero indirizzate a dei giovani. Ai giovani (era il 1985) che avrebbero visto perlomeno l'inizio di quello che era il prossimo millennio. E immagino che chiunque abbia letto le Lezioni Americane converrà con me sul fatto che Calvino non possa di certo essere definito un vecchio antipatico, astioso, malefico e ripugnante. Anzi.

Ed è forse la prima delle Lezioni Americane di Calvino, quella dedicata alla leggerezza, che descrive impeccabilmente quello che avrei tanto voluto spiegarvi poche righe fa quando vi ho copia-e-incollato stralci di scritti o discorsi di Vonnegut invocando naturalezza, trasparenza e soprattutto leggerezza. Questa qualità letteraria così difficile da spiegare e impossibile da insegnare.
Se volessi scegliere un simbolo augurale per l'affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d'automobili arrugginite.
Ecco. Credo proprio che il punto sia questo.

E ora, per concludere queste caotiche riflessioni precipitandole definitivamente in una sconfortante inconcludenza, vi ricordo che anche Vonnegut, il grande Vonnegut che tanto ho decantato in questo post, in un suo libro (God bless you, Mr. Rosewater) ha consigliato la stessa identica cosa che Saunders (ebbene sì, il Saunders che ho qui criticato e definito banale) ha consigliato ai neo laureati di Syracuse, ovvero: siate gentili. Ma lo ha fatto così:
There's only one rule that I know of, babies — "God damn it, you've got to be kind".
che è indubbiamente tutta un'altra cosa.


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* Da qui in poi la smetterò di dire "a mio avviso" ecc. quando dico che qualcuno scrive cose banali e/o pallose.
** Sono nato in America... Interviste 1951-1985 (Mondadori)

giovedì 9 gennaio 2014

Il magico mondo dei fisici

Oggi mi sono ritrovato a pranzo con dei colleghi che non conoscevo fino a, per l'appunto, oggi a pranzo. Eravamo una decina. Tutti fisici o astrofisici. Quasi tutti nerd.

Al mio angolo di tavolo c'erano: (a) un tedesco con capello lungo, felpa di pile, scarpe da trekking e postura ingobbita e (b) un tizio tutto pulito, con la camicia stirata, educatissimo, di provenienza ignota (lo ha spiegato ma mica ho capito… giuro che nella spiegazione ha menzionato Lussemburgo, Arizona, sud della Francia e Londra) ma con chiaro accento british, e con una incongruissima coda di cavallo.

Ci sediamo e, assieme ai nostri culi sulle sedie, cala subito anche un gelido e imbarazzato silenzio.

Io sono uno socievole, ma a volte proprio non ce la faccio. A volte, se la situazione è proprio disperata, posso anche decidere che va benissimo pranzare in silenzio e pensare ai fatti miei.

Quindi fisso per un po' il bicchiere vuoto, fino a che, qualche minuto dopo, il tizio tutto pulito e di provenienza ignota richiama la mia attenzione dicendo: "So!". 

Lo guardo e ha un sorriso tutto pulito stampato sul volto.

"So!" dice, per poi aggiungere, un po' a scatti "What. Would you like. To talk. About?".

"The weather" rispondo prontamente. 

Perché io sono uno che sa stare in società.