venerdì 14 marzo 2014

Titoli simultanei 3

Titolo de La Repubblica:

Berlino: da Renzi progetto di riforme ambizioso.

Titolo de Il fatto quotidiano:

Financial Times: "Renzi non cura l'Italia"

giovedì 13 marzo 2014

Titoli simultanei 2

Titolo de La Repubblica:

Ue: bene il piano del governo. "Ma rispetti i vincoli".

Titolo de Il fatto quotidiano:

La BCE gela Renzi: 'No progressi tangibili'. E la Ue: 'Bene annunci, ma rispetti i patti'.

Titoli simultanei 1

Iniziamo oggi una nuova rubrica intitolata: Titoli simultanei. Periodicamente scriverò in queste pagine i due titoli che aprono, allo stesso momento, le edizioni online de La Repubblica e de Il fatto quotidiano.

Titolo de La Repubblica:

Renzi: "Cento giorni per cambiare" - Mille euro in più all'anno a chi ne ha meno di 1500 al mese.

Titolo de Il fatto quotidiano:

Il consiglio dei ministri non decide niente. Renzi rinvia di un mese gli 80 euro in più.

lunedì 10 marzo 2014

L'olio volante

Ora, penso tutti voi abbiate capito che io e quella donna pazzesca, da urlo e tutto quanto di L. stiamo per fare una bambina. E che la cosa sia resa più interessante dal fatto che io e quello schianto di L. viviamo non solo in due città diverse, ma proprio in due nazioni diverse. La Francia e i Paesi Bassi.

Al momento stiamo spostando il baricentro della nostra famiglia verso i Paesi Bassi, che è il posto dove nascerà la Tipsy (non abbiamo ancora deciso il nome ma il soprannome è questo, ne siamo certi).

Lo spostamento del baricentro, come tutti voi saprete, comporta necessariamente uno spostamento di massa. Un flusso di materia che si sposta dal quattordicesimo arrondissement di Pariggi alla ridente cittadina paesan-bassa dove vive L.

Per farla breve: ogni volta che prendo il Thalys (lunga vita al Thalys!) per andare da Pariggi a Rotterdam* sono carico come un mulo di vestiti di L., di vestiti di Tipsy (pazzesco, questa non è ancora nata e ha già tutti i vestiti necessari per arrivare perlomeno alla prima comunione**), e amenità di ogni tipo, eccetera. In treno, sull'intrepido Thalys, ho trasbordato dalla Francia all'Olanda oggetti di ogni tipo, e per alcuni dei quali l'ho fatto senza sapere nemmeno a cosa servissero/cosa fossero (cremine varie, blocchi di creta, laptop rotti, ecc ecc).

Quindi la settimana scorsa non ho fatto una piega quando L., pochi minuti prima della mia partenza, mi ha scritto un messaggio che diceva: "Ricordati l'olio!". Sono andato in cucina, ho preso la tanica da 5 litri d'olio acquistata ad Ostuni (Puglia), l'ho avvolta in settemila sportine di plastica, l'ho messa in valigia e sono corso in aeroporto. Non ho avuto nessun dubbio sul da farsi, nessun tentennamento. E nemmeno il fatto che due settimane prima le avessi portato una tanica identica di altri 5 litri d'olio, mi ha fatto esitare. Ho solo pensato, brevemente: ma l'olio di oliva se lo beve?

Si sa. Le donne son donne. Misteriose. Incomprensibili. E le donne incinte ancora di più.


Un dettaglio che sono sicuro apprezzerete è il seguente: in realtà il mio viaggio Parigi-Paesi Bassi includeva una brevissima deviazione per Palermo (con cambio a Roma sia all'andata che al ritorno).

Insomma, mi sono trascinato dietro la tanica d'olio per tutto il tragitto Parigi-Roma-Palermo-Roma-Amsterdam. E negli sballottamenti aeroportuali, ahimè, si è tutta ammaccata.


"L., la tanica d'olio si è ammaccata tutta…"
L., guardandomi con la fronte aggrottata e gli occhi stretti a fessura: "La tanica d'olio?"
"Ma sì! La tanica d'olio che mi hai chiesto di portare!"
L., sempre con gli occhi a fessura: "La tanica d'olio?"
Estraggo quindi dalla valigia la tanica tutta malmessa e glie la mostro. E a quel punto gli occhi di L. si aprono, si spalancano, increduli, e le sopracciglia salgono alte verso il cielo, si inarcano a descrivere il profilo ondeggiato di due punti interrogativi. "La tanica d'olio?".

Dopo una breve discussione, capisco.

L. si riferiva all'olio anti smagliature.

Contenuto in una bottiglietta da 100 ml.

____________

* Dove cambio treno per giungere infine alla ridente cittadina bla bla
** È un modo di dire, dubito farà la prima comunione. Ci opporremo.

domenica 9 marzo 2014

Maricón!


Quella che vedete qui, sopra, per il sollazzo dei turisti spagnoli, è l'insegna di un negozio di abbigliamento a Palermo. Ci sono passato davanti mentre passeggiavo per il centro col mio amico M., che mi ha spiegato che un suo amico spagnolo, divertitissimo, è entrato per chiedere spiegazioni. E ha conosciuto le proprietarie, Maria e Concetta, Mari-Con, che chiaramente non parlano spagnolo.

sabato 1 marzo 2014

Senza zucchero

Dialogo tra M. e la commessa dell'unica panetteria/pasticceria franco/italiana della ridente cittadina olandese dove vive L.

- Buongiorno.
- Buongiorno, posso aiutarla?
- Cos'è questo?
- Questo... Non lo so come si chiami in inglese, ma è fatto con cioccolato senza zucchero e…
- Si fermi, signorina, si fermi.
- ?
- Non ho nessun interesse verso il cioccolato senza zucchero.
- Ah.
- Nessuno.
- ...
- Mi dia un brownie, per cortesia.
- Lo vuole normale o col cheese cake?
- Col cheese cake, col cheese cake, ovviamente.

martedì 25 febbraio 2014

Contrazioni?

Stamattina L. si è svegliata col mal di pancia.

"Saranno contrazioni?"
"Boh… Aspettiamo un po' e vediamo se passa…"

Dopo mezz'ora il mal di pancia era ancora lì.

"Ma dov'è che hai male?"
"Non lo so! Ho male! Un po'… Diffuso…"
"Si ma diffuso dove?"
"Boh… Qui…"

e si struscia il palmo della mano, con movimento circolare, su tutta la pancia.

"Saranno contrazioni?"
"…"
"Come si riconoscono le contrazioni?"
"Boh… Sono ritmiche, credo… Vanno e vengono?"
"…" (toccandosi la pancia con sguardo assorto).
"Mettiti sul divano. Riposati un po'."

L., avvolta in una coperta rossa, è distesa sul divano, rosso pure lui, la testa appoggiata a un bracciolo e le gambe sulle mie ginocchia, assieme al laptop, a cui chiediamo una risposta.

"Vadiamo… Contrazioni… Gra-vi-dan-za… OK…"
"Cosa dice?"
"Naaah! Questo è un forum. Son pieni di minchiate i forum…"
"…"
"Contrazioni. Sì, sono periodiche. Se si ripetono regolarmente ogni… 20 minuti… ci si preoccupa. Altrimenti no."
"E chennesò se si ripetono! Io ho male sempre!"
"Allora non sono contrazini…"
"Aspetta."

Mani che si muovono sulla pancia, sotto la coperta rossa. Sguardo assorto. Sopracciglia aggrottate.

"A volte è meno forte e a volte è più forte. Forse. Sono contrazioni? Quanto durano le contrazioni?!?"
"Vediamo… Du-Ra-Ta Con-Tra-Zio-Ni. Ecco. Mmm… Poco! 30-40 secondi…"
"Mmmm…"
"Ma quanto male hai?"
"Poco, poco… Ma lo sento!"
"Secondo me non sono contrazioni…"
"E allora cos'è?!?"
"Perché non chiami la midwife e le chiedi?"
"Ma vaaaaa… E cosa le dico? Non so nemmeno descrivere cos'ho!"
"Boh… Io chiamerei…"
"No, poi cosa vuoi che mi dica!"
"Dolore diffuso…. Addome… Gravidanza… Dove sono le pelvi? Che sia dolore pelvico?"
"Cosa dice?"
"Dolore…. Boh… Non si capisce…"
"Non sarà il perineo?!? Oddio! Ho il perineo debole!!!"
"Miiiiiiii!!!!!! Quel cazzo di libro sul perineo che ti ha dato la S. lo brucio, cazzo!"
"E' il perineo…. Ecco! Lo sapevo! Cristo, ho il perineo debole…"
"Chiama la midwife!"
"No!"
"Che cazzo…"
"Ma cosa le dico!?!"
"Le spieghi cos'hai…"
"Ma tanto cosa vuoi che mi dica…"
"Quando fai così non ti sopporto, cazzo, a cosa servono allora le midwife?"
"…" (sguardo assorto, si sta probabilmente tastando la pancia)
"Hai ancora male?"
"Sì. E' quasi un'ora, cristo…"
"Ma dove ti fa male?"
"Ma non lo so! Non capisco… Aspetta."

La coperta rossa si agita tutta mentre L. si tasta in vari punti.

"Forse a volte cala. E poi si riacutizza. Sono contrazioni!"
"Le contrazioni, leggo da questa pagina di medici di non so cosa, durano 30-40 secondi, partono dal basso ventre e si irraggiano a tutto l'utero."
"Non era il contrario?"
"Boh, fammi rileggere…"
"Ho le contrazioni?"
"Perché non chiami questa cazzo di midwife?!?"
"Non la chiamo la midwife!"

E andiamo avanti cosi' per altri 15 minuti. Dopodiché L. si alza, va in bagno, fa la cacca e le passano tutti i dolori.

domenica 9 febbraio 2014

Geopolitica dei passeggini

In questo periodo L. ed io parliamo solo di passeggini. Sappiamo tutto. Modelli, prezzi, funzionalità, accessori. Paese d'origine. Colori disponibili. Vantaggi e svantaggi. Eccetera.

Che palle!, starete pensando.

Ma vi invito a resistere un altro minuto e terminare la lettura di questo post, perché quella che abbiamo fatto ieri L. ed io è una scoperta interessante.

L. ed io viviamo nella parte sud di Parigi. Nel quattordicesimo arrondissement, per essere precisi. Il quattordicesimo è un quartiere medio borghese. Con gente piuttosto benestante ma non ricca.

Subito a nord del quattordicesimo c'è il sesto arrondissement. Nel sesto ci abita, in genere, gente con un sacco di soldi. Famiglie benestanti. Spesso ricche. È l'arrondissement di Saint-Germain des Prés e dei giardini del Lussemburgo, per intenderci.

Bene.

Ieri L. ed io abbiamo fatto una passeggiata da casa nostra su su fino al sesto che finisce poi sull'argine della Senna. Essendo, come dicevo sopra, ossessionati dai passeggini, abbiamo studiato tutti quelli che incrociavamo per strada.

Il risultato è stato inquietante.

Nel quattordicesimo arrondissement tutti (ma veramente TUTTI) i genitori e/o nonni spingevano passeggini della marca Maclaren (prezzo medio 200-300 euri). Appena passato nel sesto eccoti sparire di colpo i Maclaren e comparire in massa passeggini di marca Bugaboo e Babyzen (prezzi dai 600 ai 1000 euro).

Giunti in prossimità della Senna (a pochi minuti da Notre Dame, per intenderci) abbiamo visto perfino uno Stokke (il cui prezzo può addirittura superare i 1000 euri).

A questo punto non ci resta che andare a Belleville (celeberrimo quartiere popolare parigino, con tanto di chinatown e massiccia immigrazione extracomunitaria) e vedere quali sono i passeggini più in voga nella zona.

E poi saremo pronti per pubblicare uno studio socio-economico sulla distribuzione della ricchezza nella capitale francese.


lunedì 13 gennaio 2014

Sui discorsi banalotti tenuti da alcuni idoli letterari a varie cerimonie di conferimento di lauree o diplomi e altre considerazioni a margine

Nelle università degli Stati Uniti c'è questa abitudine di invitare qualche pezzo grosso alla cerimonia di conferimento delle lauree. Il pezzo grosso si presenta, forse sorride, sale sul palco e fa un discorso ai neo laureati. Il discorso, immagino, dovrebbe servire a dare dei consigli, degli insegnamenti di vita, insomma, a ispirare le giovani menti dei giovani ex-studenti che si apprestano ad entrare nel cosiddetto mondo dei grandi. L'abitudine è talmente consolidata che questi discorsi hanno un nome. Si chiamano commencement speeches.

Diversi di questi commencement speeches sono diventati piuttosto famosi, e io voglio soffermarmi qui sui discorsi che sono stati preparati e tenuti da scrittori affermati.

Iniziamo da David Foster Wallace, che ha tenuto un acclamatissimo discorso alla cerimonia di consegna delle lauree al Kenyon College in quel di Gambier, Ohio, il 21 Maggio 2005. Ora, il punto è che David Foster Wallace è uno dei miei idoli letterari assoluti. Ho letto Infinite Jest due volte consecutive e lo trovo uno dei libri più belli, forse il più bello, che abbia mai letto. Considero David Foster Wallace un genio, un fuoriclasse assoluto che giganteggia nel paesaggio della letteratura Americana contemporanea.

In altre parole, se non si fosse capito, i libri di David Foster Wallace mi piacciono parecchio.

Ed è per questo che non appena qualcuno mi ha parlato di This is water, che sarebbe il titolo di questo celeberrimo discorso da lui tenuto a Gambier, mi sono precipitato a cercarlo. E l'ho trovato. E l'ho letto. E ci son rimasto malissimo.

Ci sono rimasto malissimo perché mi è sembrato retorico, auto indulgente e francamente anche un po' banalotto.

L'idea di scrivere un post sui discorsi fatti da scrittori affermati a cerimonie di conferimento di lauree mi è venuta leggendo questo post nel quale Ilenia Zodiaco recensisce l'ultimo libro di George Saunders e cita il discorso da lui tenuto ai neo laureati della Syracuse University nel 2013, definendolo splendido.

Per carità, il mondo è bello perché è vario, e i gusti sono gusti, eccetera eccetera, ma a me, dopo attenta lettura, nemmeno quel discorso è piaciuto. E non mi è piaciuto più o meno per gli stessi motivi elencati sopra a proposito di Wallace.

Dopo aver letto i commencement speeches di alcuni affermati scrittori (Wallace, Saunders, Gaiman), penso quasi che sia possibile ricostruirne una struttura tipica, che li accomuna. L'autore solitamente inizia con qualche battuta o spiritosaggine, facendo spesso leva sulla propria (vera o presunta) vecchiaia, sul sentimento di inadeguatezza nei confronti del ruolo di vecchio saggio che illumina giovani menti, eccetera eccetera. In alcuni casi (si veda il discorso tenuto dal non-so-proprio-come-mai-piaccia-così-tanto Neil Gaiman alla University of the Arts nel 2012) il pezzo grosso inizia il discorso dicendo addirittura che lui l'università mica l'ha fatta, anzi, è scappato da scuola non appena ha potuto!

Insomma, l'inizio di questi discorsi resta spesso sulla stessa linea. Un fintamente imbarazzato e probabilmente poco convinto: "che cosa ci sto a fare qui?".

Dopodiché i discorsi (mi riferisco ora ai tre discorsi che ho nominato fino ad ora) proseguono, a mio avviso banalotti e pallosetti, per culminare con quello che dovrebbe essere l'insegnamento che illuminerà, o per lo meno guiderà i giovani animi degli oramai ex studenti, che diventano quindi i depositari di profondissime verità del tipo:
"Siate più gentili",
un consiglio che, francamente, qualsiasi madre non degenere sarebbe in grado di dare ai propri figli (col valore aggiunto della sintesi: la qualsiasi madre di cui sopra impiegherebbe molto meno di un'ora per arrivare al punto).


Chiariamo una cosa. Con questo non voglio minimamente sminuire i meriti (quando ce ne sono) degli autori citati. Voglio solo riflettere sul motivo per cui persone ritenute illuminatissime (alcune delle quali a ragione) si ritrovino a raccontare (almeno a mio avviso ) delle banalità.


Allora mi sono messo a pensare ad autori affermati che si siano ritrovati a dover dare consigli e che (sempre a mio avviso)* non abbiano detto banalità.

Iniziamo da Kurt Vonnegut, che è un altro dei miei idoli letterari. Mi vengono in mente almeno due situazioni in cui abbia dispensato consigli. Le prima è l'introduzione della sua raccolta di racconti Bagomgo snuff box, dove elenca otto regole per scrivere una short story. Eccole:
  1. Use the time of a total stranger in such a way that he or she will not feel the time was wasted. 
  2. Give the reader at least one character he or she can root for.
  3. Every character should want something, even if it is only a glass of water. 
  4. Every sentence must do one of two things—reveal character or advance the action.
  5. Start as close to the end as possible.
  6. Be a sadist. No matter how sweet and innocent your leading characters, make awful things happen to them—in order that the reader may see what they are made of.
  7. Write to please just one person. If you open a window and make love to the world, so to speak, your story will get pneumonia.
  8. Give your readers as much information as possible as soon as possible. To heck with suspense. Readers should have such complete understanding of what is going on, where and why, that they could finish the story themselves, should cockroaches eat the last few pages.
The greatest American short story writer of my generation was Flannery O’Connor (1925-1964). She broke practically every one of my rules but the first. Great writers tend to do that.

Queste regole mi sono sembrate impeccabili. Soprattutto per il fatto che sono regole da non prendere troppo sul serio. E soprattutto anche per il fatto che mi hanno fatto prima sorridere, e poi ridere.

È chiaro che in questo caso non si tratta di un commencement speech, quindi forse il paragone con Wallace, Saunders etc etc è un po' azzardato, però resta il fatto che un elemento di differenza netta tra i consigli di Vonnegut e quelli di Wallace and Co. è una naturalezza, una leggerezza (tornerò più avanti su questo concetto), una trasparenza che Vonnegut trasmette e quegli altri invece no.

Non so se riesco a spiegare bene che cosa intendo. Ma l'impressione che ho è che Vonnegut non si prenda troppo sul serio. E che lo faccia in maniera serissima.

Un altro esempio di questa cosa che non riesco bene a spiegare è quest'altro consiglio, sempre di Vonnegut, rivolto a chiunque voglia mettersi a scrivere:
Here is a lesson in creative writing. First rule: Do not use semicolons. They are transvestite hermaphrodites representing absolutely nothing. All they do is show you've been to college. And I realize some of you may be having trouble deciding whether I am kidding or not. So from now on I will tell you when I'm kidding.
Non è fantastico? Sì, è fantastico. È Vonnegut.

Bene. Prima di passare all'ultima (o penultima, ancora non so) parte di questo lunghissimo post, vi confesso di aver cercato su google kurt vonnegut commencement speech e di aver scoperto che proprio l'anno scorso è uscito il libro If this isn't nice, what is? Advice for the young, che altro non è se non una raccolta di commencement speeches di Vonnegut! Il titolo, If this isn't nice, what is? è una frase del commencement speech tenuto da Vonnegut alla Syracure University (la stessa del discorso di Saunders…) nel 1994. Il discorso si trova su internet. L'ho letto. E mi è piaciuto. Leggetevelo anche voi.

Ed ora, per confondere le acque, vi parlo dell'altro autore affermato che secondo me si è ritrovato a dover dare consigli (o immaginare di dare consigli) e lo ha fatto senza dire cose banali. Si tratta di Italo Calvino. Altro mio idolo letterario. Il punto è che quello che afferma Calvino si trova assolutamente agli antipodi di qualsiasi cosa pronunciata in materia da Vonnegut, ma nonostante questo mi sembra un punto di vista assolutamente non banale, e forse anche condivisibile. [Il che mette in luce con crudele chiarezza quanto sia confuso chi scrive queste righe…].

Calvino, interpellato a proposito della diversità tra vecchi e giovani rispose così**:
La cosa che potrebbe avvicinare di più le generazioni è il confronto degli errori compiuti, ma è una esperienza che non si può trasmettere perché ogni generazione deve fare i suoi errori. Quello che distingue di più è la parte positiva che ogni generazione porta con sé, ma questo è per sua natura incomunicabile, perché appena si cerca di enunciarlo diventa retorica.
E poi aggiunge:
Chissà che la migliore soluzione non sia diventare un vecchio molto antipatico. Io credo che ci potrei riuscire senza molto sforzo, magari anche accentuando i caratteri di repulsività della vecchiaia, diventando un vecchio astioso, malefico, un po’ ripugnante, un po’ bieco. In questo modo potrei provocare nei giovani una reazione di bellezza, pulizia, di allegria. Forse sarebbe l’unico modo di raggiungere un risultato socialmente positivo, che nessuna pedagogia può sognarsi d’ottenere.
Insomma, leggendo queste frasi se ne evince che a Calvino non sarebbe piaciuto troppo dover fare un commencement speech (e che ai malcapitati neo laureati sarebbe piaciuto ancora meno ascoltarlo).

Ad aumentare la mia confusione, e a mandare sempre più alla deriva questo post (eccessivamente lungo), c'è il fatto che Calvino, aspirante vecchio antipatico, e predicatore della repulsività della vecchiaia, ha scritto quel meraviglioso testamento letterario che sono le Lezioni Americane, dove elenca le qualità che la letteratura del prossimo millennio (il nostro) dovrebbe possedere. Le Lezioni Americane avrebbero dovuto essere tenute all'Università di Harvard, cosa che non avvenne a causa della morte di Calvino. Non posso fare a meno di pensare che le lezioni fossero indirizzate a dei giovani. Ai giovani (era il 1985) che avrebbero visto perlomeno l'inizio di quello che era il prossimo millennio. E immagino che chiunque abbia letto le Lezioni Americane converrà con me sul fatto che Calvino non possa di certo essere definito un vecchio antipatico, astioso, malefico e ripugnante. Anzi.

Ed è forse la prima delle Lezioni Americane di Calvino, quella dedicata alla leggerezza, che descrive impeccabilmente quello che avrei tanto voluto spiegarvi poche righe fa quando vi ho copia-e-incollato stralci di scritti o discorsi di Vonnegut invocando naturalezza, trasparenza e soprattutto leggerezza. Questa qualità letteraria così difficile da spiegare e impossibile da insegnare.
Se volessi scegliere un simbolo augurale per l'affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d'automobili arrugginite.
Ecco. Credo proprio che il punto sia questo.

E ora, per concludere queste caotiche riflessioni precipitandole definitivamente in una sconfortante inconcludenza, vi ricordo che anche Vonnegut, il grande Vonnegut che tanto ho decantato in questo post, in un suo libro (God bless you, Mr. Rosewater) ha consigliato la stessa identica cosa che Saunders (ebbene sì, il Saunders che ho qui criticato e definito banale) ha consigliato ai neo laureati di Syracuse, ovvero: siate gentili. Ma lo ha fatto così:
There's only one rule that I know of, babies — "God damn it, you've got to be kind".
che è indubbiamente tutta un'altra cosa.


___________________

* Da qui in poi la smetterò di dire "a mio avviso" ecc. quando dico che qualcuno scrive cose banali e/o pallose.
** Sono nato in America... Interviste 1951-1985 (Mondadori)

giovedì 9 gennaio 2014

Il magico mondo dei fisici

Oggi mi sono ritrovato a pranzo con dei colleghi che non conoscevo fino a, per l'appunto, oggi a pranzo. Eravamo una decina. Tutti fisici o astrofisici. Quasi tutti nerd.

Al mio angolo di tavolo c'erano: (a) un tedesco con capello lungo, felpa di pile, scarpe da trekking e postura ingobbita e (b) un tizio tutto pulito, con la camicia stirata, educatissimo, di provenienza ignota (lo ha spiegato ma mica ho capito… giuro che nella spiegazione ha menzionato Lussemburgo, Arizona, sud della Francia e Londra) ma con chiaro accento british, e con una incongruissima coda di cavallo.

Ci sediamo e, assieme ai nostri culi sulle sedie, cala subito anche un gelido e imbarazzato silenzio.

Io sono uno socievole, ma a volte proprio non ce la faccio. A volte, se la situazione è proprio disperata, posso anche decidere che va benissimo pranzare in silenzio e pensare ai fatti miei.

Quindi fisso per un po' il bicchiere vuoto, fino a che, qualche minuto dopo, il tizio tutto pulito e di provenienza ignota richiama la mia attenzione dicendo: "So!". 

Lo guardo e ha un sorriso tutto pulito stampato sul volto.

"So!" dice, per poi aggiungere, un po' a scatti "What. Would you like. To talk. About?".

"The weather" rispondo prontamente. 

Perché io sono uno che sa stare in società.