domenica 23 giugno 2013

Un giorno vi avrò

E dopo la grande iniziativa jazzistica di B.L.O.G., eccone un'altra, a sfondo culturale*.

Una sfida. Una fida che Manoel (l'intrepido Manoel) lancia a se stesso. Una sfida decisamente sul lungo termine.

Manoel si impegna a diventare amico, o per lo meno buon conoscente, delle seguenti 10 persone che lo interessano per i motivi più svariati (e che ora, ovviamente, non conosce).

Eccoli. L'ordine è alfabetico.

[  ] Abbate, Fulvio (scrittore) - Perché è un riferimento culturale assoluto (che vuol dire che spesso di fronte a variegate questioni mi chiedo "chissà come la penserebbe Fulvio").
[  ] Bartezzaghi, Stefano (enigmista) - Perché secondo me ci divertiremmo un sacco a fare delle chiacchiere.
[  ] Bjork (cantante/cantautrice) - Perché è un po' pazzerella.
[  ] Bonino, Emma (politica) - Perché, che siate daccordo o meno con lei, a me sembra una gran donna.
[  ] Franzen, Jonathan (scrittore) - Per Freedom e The corrections.
[  ] Frith, Fred (compositore/multi-strumentista) - Perché ha una faccia simpatica, che uno non associarebbe mai e poi mai alle sue prepared guitars [si veda qui].
[  ] McLaughlin, Angie (cantante) - Perché è stata la mia colonna sonora Dublinese.
[  ] Seth (fumettista) - Perché eleganti come lui non ce n'è.
[  ] Zorn, John (compositore/multi-strumentista) - Per chiedergli com'è che fa.

E ora contateli. E rendetevi conto che sono solo 9, non 10. Perché (tenetevi forte) la decima persona di cui Manoel diventerà amico (o per lo meno buon conoscente) la sceglierete voi!** Mandate le vostre nominations a Manoel entro domenica 30 giugno.

E incitate Manoel. Come solo voi sapete.

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* Perché sì, questo è un blog colto.
** Non è una cosa pazzesca?

martedì 11 giugno 2013

J.D.

Stamattina sul metro ho visto una ragazza con in spalla una borsa di tela, con sopra stampati, in stampatello, e uno sotto l'altro, i seguenti nomi:

Franny
Zooey
Waker
Walt
Boo Boo
Buddy
Seymour

Pazzesco. Tutti i figli della famiglia Glass. Tutti quanti. Che bello.

Avrei voluto chiederle ma dove l'hai comprata, una borsa così. La voglio anche io, una borsa così. Ma c'era troppa gente sul metro, ed è scesa prima che potessi avvicinarmi.

E non posso nascondervi l'orgoglio che ho provato nell'accorgermi immediatamente che i nomi erano elencati in ordine cronologico. Dal figlio Glass più giovane (Franny) al più vecchio (Seymour)*.

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* E Walt e Waker erano gemelli, se proprio volete saperlo.

sabato 8 giugno 2013

Estate?

Pedalo sotto il cielo blu e mi sento invincibile. Con le orecchie piene di Madeleine Peyroux, e poi Nico che canta Sunday morning, e poi Bobo Rondelli e io pedalo pedalo. Invincibile. Mentre il mio vélo taglia da ovest a est la rive gauche parigina. E penso a voi laggiù nella mia amata patria, a voi bambini viziati, a voi spoiled kids,  e lo direi anche in francese se solo sapessi come si dice. Penso a voi che starete già su internet a controllare le previsioni per domani, e a preoccuparvi per il brutto tempo che verrà, per le temperature che scenderanno, per le nubi che torneranno a rubarvi il blu del cielo.

Continuo a pedalare e me la rido pensando a voi, me la rido mentre pedalo, e ringrazio il Nord, ringrazio il Grande Nord che mi ha fatto da casa in tutti questi anni. Le teutoniche lande germaniche e i celti e verdissimi prati d'Irlanda e i grigi cieli di Parigi. Ringrazio il Grande Nord per avermi insegnato che il tempo, il tempo meteorologico, non è fatto né di passato né di futuro, ma è solo presente, adesso. Mi ha insegnato che non importa. Non importa se ieri infuriava la tempesta, né se le previsioni garantiscono che domani il cielo collasserà sulla terra, sotto forma di neve e grandine e pirotecniche palle di fuoco.

Non importa.

Perché oggi c'è il sole.

martedì 4 giugno 2013

Lotta contro il tempo a tempo di jazz

Ed ecco a voi una nuova iniziativa di B.L.O.G., ovvero, Bisognerebbe Leggermi Ogni Giorno. Il vostro blog preferito.

Come probabilmente non sapete, Manoel è amante del jazz. Quindi ha visto un discreto numero di concerti jazz. È stato anche a Umbria Jazz una volta, per dire. Eccetera eccetera.

Però ci sono alcuni grandi mostri sacri del Jazz che Manoel non ha ancora sentito suonare dal vivo. E i mostri sacri, per definizione, non sono propriamente dei ragazzini... Ed è questo fatto che ha ispirato a Manoel l'idea di lanciare a se stesso una sfida: sentirli e vederli suonare prima che... prima che... diciamo... prima che ci lascino.

Ecco la lista dei mostri sacri mancanti all'appello, cinicamente elencati in ordine di età decrescente. Sono 10. Non sono completamente sicuro del fatto che tutti questi signori siano ancora attivi concertisticamente... Ho controllato Konitz, il più vecchio, e ho visto che l'anno scorso ha fatto un concerto a Parigi. Cazzo. Potrei aver perso la mia occasione.

[  ] Lee Konitz (1927) [sax]
[  ] Cecil Taylor (1929) [piano]
[  ] Sonny Rollins (1930) [sax]
[  ] Kenny Wheeler (1930) [tromba]
[  ] Gato Barbieri (1932) [sax]
[  ] Wayne Shorter (1933) [sax]
[  ] Archie Shepp (1937) [sax]
[  ] Charlie Haden (1937) [contrabbasso]
[  ] Herbie Hancock (1940) [piano]
[  ] Chick Corea (1941) [piano]

Vi terrò informati. Sia sul fronte concerti che su quello decessi.

La soglia per la vittoria della sfida è di 6 concerti.

Attendo fremente il vostro sostegno e incoraggiamento.

sabato 1 giugno 2013

Books I read 16 - Suttree, Cormac McCarthy

Suttree inizia così:
Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l'ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l'ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all'infuori di te.
e prosegue per 560 pagine di poesia disperata e grottesca comicità*.

Senza troppi giri di parole: Suttree non è una lettura facile. Le prime pagine sono così piene e dense e liriche (e bellissime) da risultare quasi respingenti**. Superate quelle si tira il fiato e ci si ritrova un po' spaesati, ma consapevoli di avere di fronte qualcosa di estremamente importante. Qualcosa di essenziale. E la narrazione inizia, con Suttree che pesca pesci gatto sullo schifo***.

Cornelius Suttree vive in una cadente casa galleggiante sul fiume Tennessee, ai margini della città di Knoxville. Pesca pesci gatto da un fiume putrido, circondato da paesaggi fatti di squallore e rifiuti. Così come sono rifiuti umani le persone che lo circondano, le persone che abitano il suo mondo. Ubriaconi, puttane, avanzi di galera. Sopravvissuti alla vita. Dimenticati ai margini della città.

E i giorni passano, uno dopo l'altro, tra risse, sbronze, settimane in carcere, sotterfugi. Parole profonde o sconclusionate (o entrambe le cose insieme) scambiate tra gli altrettanto profondi e sconclusionati relitti esistenziali che affollano le pagine del libro.

Ma Suttree non appartiene a quel mondo sgangherato e disperato. Lo si intuisce, avanzando nella lettura. Si intravedono stralci di una vita normale, una casetta col giardino, una moglie, un figlio. Una vita che Suttree ha abbandonato, e che resta nebulosamente altrove per tutta la durata del romanzo. Che non ci verrà mai del tutto spiegata o svelata. Nemmeno nel finale, impeccabile e McCarthyano, quasi una firma.

Ci sono alcuni libri, e Suttree è uno di questi, che rendono i propri lettori accomunati da qualcosa. Legati da una sottile complicità, da una sorta di fratellanza letteraria. Che si traduce in un bisogno di parlarne, di raccontarsi all'infinito le pagine più belle, di ripetere i nomi dei personaggi, e cercare negli occhi dell'altro il brillare di un'intesa. Sono pochi i libri così. E leggerne le ultime frasi è al tempo stesso una conquista e una perdita.


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IRRINUNCIABILE POSTILLA

Suttree è un libro semi-autobiografico, per il quale è però abbastanza difficile valutare l'estensione e rilevanza del prefisso "semi-" (McCarthy non parla quasi mai di sé, rendendo dura la vita ai biografi). A qesto proposito, non si può non segnalare la pagina web (Searching for Suttree) mantenuta da Wes Morgan, professore di psicologia all'Università del Tennessee, Knoxville. Una raccolta di foto della Knoxville di Suttree. Comprese le lapidi funerarie di molti dei personaggi (realmente esistiti) del libro.  

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* Ed è una di quelle opere monumentali che mi fanno pensare che tutto quello che scriverò da qui in poi sarà, semplicemente, inadeguato.
** Un consiglio. Rileggetele una volta finito il libro.
*** Lo schifo è una piccola imbarcazione a remi.

mercoledì 29 maggio 2013

Tragedia

Con uno scarno comunicato (qui), l'editore Baldini Castoldi Dalai annuncia la chiusura (temporanea, dicono, per ora i fatti sono che il numero di maggio non è uscito) della storica rivista Linus.

Ci sono rimasto secco.

Linus era l'unica cosa (forse insiema a Internazionale, forse) che riuscissi a leggere senza annoiarmi o arrabbiarmi o sentirmi un po' in imbarazzo durante i miei brevi soggiorni in Italia. Era un appuntamento fisso. Andare in edicola e cercare Linus. Una routine bella e rassicurante.

Leggo Linus da quando avevo 13 o 14 anni. Ricordo che all'epoca Linus era in formato "libretto" (15 x 21 cm) e io saltavo quasi tutti gli articoli e leggevo solo le strisce. E che srisce! Insieme agli immancabili Peanuts si sono alternati lungo gli anni B.C., Calvin & Hobbes, Beetle Bailey, Liberty Meadows, Wizard of Id, Monty, Dilbert, Doonesbury, Big Sleeping, Kaput & Zosky...

...e gli editoriali di OdB, che dalla sua nuvoletta stà sicuramente scuotendo la testa in segno di grande e triste disapprovazione.

Poi nel 1992, a seguito di una campagna pubblicitaria che diceva qualcosa tipo "dal prossimo numero ritorniamo grandi", Linus ritornò al formato "rivista" e io proprio in quel perido iniziai a leggerne non solo le pagine illustrate, ma anche quelle riempite di articoli. E per un attimo mi illusi di essere diventato grande.

Poi c'era la Zonker's zone, la rubrica curata da Enzo Baldoni, con annessa mailing list di pazzi furenti che frequentai solo di striscio, per pochi mesi, restandone affascinato. E quando Enzo morì in Iraq fu davvero come se morisse una persona a me vicina.

E c'è una cosa che mi piace raccontare quando parlo di Linus. A un certo punto, non ricordo chi fosse il direttore in quegli anni (non OdB, potete scommetterci), Linus cercò di cambiare stile, di ringiovanirsi, di diventare più alla moda. Ricordo che alzai le sopracciglia, perplesso e incredulo, tenendo in mano una copia appena acquistata di Linus dalla cui copertina Homer Simpson diceva "Doh!"*. Poi la aprii e inoridii di fronte a una nuova rubrica curata dai dee-jay di qualche radio molto ggggiovane. E fu la rivolta. I lettori di Linus ricoprirono la redazione di messaggi e minacce (del tipo: ho comprato Linus ogni settimana degli ultimi 30 anni e da adesso smetterò di farlo!) e quasi insulti e c'era così tanto trasporto ed emozione e un indignazione così onesta e sincera e pulsante che l'unica cosa possibile per i redattori fu sventolare bandiera bianca, tornare sui propri passi, e restituire la vera Linus ai propri lettori.

E sono tutte queste cose, e tante altre, che fanno di Linus qualcosa di più di una rivista qualsiasi.

E si macchierà di un crimine, e lo dico senza alcuna esagerazione, chiunque ci toglierà Linus senza aver fatto tutto, ma proprio tutto, ma davvero tutto, per non farlo.

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* Chiariamo una cosa. Matt Groening è un grandissimo, e non a caso i suoi fumetti suicidi della serie Life in hell arrivarono in italia proprio sulle pagine di Linus. Ma i patinatissimi Simpson con Linus non c'entrano proprio nulla.

sabato 11 maggio 2013

Apparenze ingannevoli

Allora. Ieri sera ero a cena con L. in un bar/pub della ridente cittadina olandese dove ora lavora. C'erano alcuni suoi colleghi a cena, tutti fisici teorici esperti in teoria delle stringhe*. Si discuteva, molto animatamente, di fisica fondamentale**.

A un certo punto si siedono al tavolo di fianco al nostro due tizi. Il primo, più alto e palestratissimo, t-shirt aderente a far risaltare i muscoli, braccia completamente tatuate. L'altro più basso e grassoccio, ma comunque spalle larghe e corporatura imponente. Capelli rasati a zero e barba folta. Maglietta nera aderente sulla panza. Orecchini puntuti sparsi un po' a casaccio sulla faccia.

Bevono birra. In silenzio. Sguardi truci.

Poi li vedo parlottare, sbirciare nella nostra direzione e ridacchiare scuotendo la testa.

Staranno pensando che siamo proprio dei nerd, dico a me stesso, tristemente consapevole del fatto che abbiano proprio ragione.

Poi il più alto dei due si sporge verso di noi, sorride e dice: "State parlando di teoria delle stringhe?".

Attimo di silenzio.

Teste e coppie di occhi che ruotano nella sua direzione. È ora al centro dell'attenzione e può quindi, con grande naturalezza, pronunciare una frase che io (con tanto di laurea e dottorato in astronomia) non capisco e che contiene l'espresisone Calabi-Yau manifold.

Guardo L., che sgrana gli occhi. "Cos'ha detto? Cabiché?" chiedo, e lei, sopracciglia all'insù in segno di grande perplessità: "Sa cos'è il Calabi-Yau manifold...?". "Ah, è una roba che esiste?". "Sì..."***. 

Quando poi anticipa il colega di L. dicendogli che chiaramente sa che la M-theory richiede 11 dimensioni**** allora giuro a me stesso di non emettere più, ma proprio mai più!, alcun giudizio di nessun tipo su nessuno prima di avergli fatto, in via precauzionale, un paio di domande di fisica fondamentale.

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* Invidiosi/e?
** Adesso sì che crepate di invidia, vero?
*** È questa cosa qui.
**** Ed ecco qua un'altra cosa che il vostro Manoel non sa.

venerdì 19 aprile 2013

Books I read 15 - Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso, David Foster Wallace

Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso* inizia così:
Anche se Drew-Lynn Eberhardt era molto prolifica e Mark Nechtr no, quel primo anno Mark era benvoluto da noi tutti al corso di scrittura della East Chesapeake Tradeschool, e D. L. no.
ed è un'acrobatica cover letteraria di 234 pagine eseguita da David Foster Wallace.

"Una cover è la reinterpretazione o il rifacimento di un brano musicale - da altri interpretato e pubblicato in precedenza - da parte di qualcuno che non ne è l'interprete originale"**. Bene. David Foster Wallace ha fatto la stessa cosa con un libro***: Lost in the funhouse di John Barth.

John Barth è considerato uno dei padri della metafiction, ovvero la letteratura che mentre narra parla di se stessa. In Lost in the funhouse, infatti, Barth interrompe in continuazione il racconto per ricordare al lettore che in realtà quello che sta leggendo è fiction, è una storia inventata, scritta da qualcuno, scritta proprio per lui. Metafiction: ovvero letteratura che riflette su se stessa mentre racconta una storia****.

Date queste premesse, è chiaro che uno dei maggiori rischi che corre un autore di metafiction è quello di cadere in un compiaciuto ed eccessivo virtuosismo letterario. Il rischio è di aggrovigliarsi e intrappolarsi nell'autoreferenzialità. Ed è proprio questo virtuosismo esasperato che Wallace definisce, nel suo libro, un  modo di scrivere "guarda, mamma, senza mani!"

A complicare ulteriormente l'intreccio di livelli di lettura possibili e il vortice di connessioni tra le due opere c'è il fatto che John Barth, autore (vero) di Lost in the funhouse, è anche un personaggio (fittizio?) di Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso. Nel libro di Wallace John Barth è il professor Ambrose***** e impersonifica niente meno che se stesso: un professore di scrittura creativa, autore di un racconto intitolato Lost in the funhouse.

Il racconto di Barth inizia così:
For whom is the funhouse fun? Peraphs for lovers.
e Wallace gli fa il verso con questa poesia,
For lovers, the Funhouse is fun.
For phonies, the Funhouse is love.
But for whom, the proles grouse,
is the Funhouse a house?
Who lives there, when push comes to shove?
una provocazione che Drew-Lynn scrive di nascosto alla lavagna, subito prima di una lezione del professor Ambrose.

Che cos'è, quindi, Verso Occidente? Una parodia? Un affettuoso omaggio? Una feroce critica? Un'apologia? Un virtuoso esercizio di stile? Uno scimmiottare canzonatorio?

Non lo so. Ma anche assumendo che si tratti di una feroce critica, chi scriverebbe 234 pagine di feroce critica su qualche cosa che non consideri molto importante?******

E ancora: per chi (For whom?) è stato scritto Verso Occidente? Per compiacere il suo stesso autore? Per irritare John Barth? È stato scritto per i sostenitori (o i detrattori) della metafiction? Per chi ha amato (o odiato?) Lost in the funhouse?

Molto più verosimilmente, Verso Occidente è stato scritto per chiunque voglia leggerlo. E per raccontare una storia. Perché nonostante l'intricatissima impalcatura multi- (e meta-)livello che gli dà forma, Verso Occidente resta una storia, e non un esperimento (meta-)letterario. Una bella storia.

E il genio di Wallace stà proprio nell'avvicinarsi pericolosamente all'invalicabile linea di demarcazione del "guarda, mamma, senza mani!". Arrivarci vicinissimo, a questa linea, senza mai attraversarla.

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* Verso Ocidente l'Impero dirige il suo corso è in realtà l'ultimo, e il più lungo, dei racconti che formano la raccolta Girl with curious hair. Verso occidente non appare nella versione italiana del ibro, La ragazza dai capelli strani, ma è stato pubblicato da Minimum Fax come libro a se stante.
** http://it.wikipedia.org/wiki/Cover
*** La cui traduzione italiana è al momento abbastanza introvabileª.
**** Il modo più semplice per capire cosa sia la metafiction è leggere un pezzo di metafiction.
***** E sì, ebbene sì: Ambrose è il nome del protagonista di Lost in the funhouse.
****** Ed è noto come per Wallace Lost in the funhouse fosse stata una lettura fondamentale, si veda D. T. Max, Every love story is a ghost story: a life of David Foster Wallace.
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          ª Ma io ne ho una copia in lingua originale e quindi aspettatevi a breve una recensione.

lunedì 15 aprile 2013

Tutta una questione di spazio

Ero piccolo, non ricordo l'età, ma qualcosa come 4 o 5 anni, o giù di li. Mia madre aveva comprato non so che prodotto al supermercato, e c'era attaccata una di quelle cartoline da concorso a premi. "Spedisci la cartolina e vinci 100 pianoforti!" era scritto a caratteri dorati.

Mia madre compilò la cartolina e disse, dubbiosa, "Ma sì, dai, proviamo...".

E io scoppiai a piangere. Proprio una crisi di panico pazzesca. "No, mamma, non spedirla!" strillavo tra le lacrime, "Non spedirla! Per favore...".

Mia madre, perplessa, mi chiese come mai non volessi partecipare all'estrazione dei premi.

Ed io, tra disperati singhiozzi, "Ma se vinciamo, mamma, dove li mettiamo cento pianoforti!".

sabato 6 aprile 2013

Chi mi legge quando non scrivo?

È vero. Scrivo poco. In questo periodo scrivo decisamente poco. Ma tornerò, vi prometto che tornerò ai ritmi consueti.

In queste settimane di semi-latitanza mi ponevo questa domanda: ma quando non scrivo, chi legge il mio blog? Perché, anche se è vero che gli accessi sono meno, non sono così tanti meno.

Allora sono andato a controllare le search keywords tramite le quali ignari visitatori sono capitati tra queste pagine. Ed ho capito che si tratta di:

- novizi alle prese con l'abc dell'igiene personale ("pulirsi il culo ogni giorno");

- audaci sperimentatori di Haute cuisine ("mangiare l'ananas sul cazzo");

- poeti frustrati in cerca di ispirazione ("poesie sul pisello");

- gente che, come me, si riduce sempre all'ultimo momento ("fa che il giorno non finisca mai").

A presto. Davvero. A presto.