mercoledì 22 agosto 2012

To be honest

Ad essere onesto, devo dirvi che nel mio soggiorno in Sud Africa gli animali esotici non li ho solamente guardati, ma ne ho anche assaggiati parecchi.

Per l'orrore dei vegetariani, vi comunico che ho mangiato lo struzzo, diverse antilopi (springbok, kudu etc) e il coccodrillo.

Tutto eccellente tranne il coccordillo, che mi ha deluso un po'.

martedì 21 agosto 2012

Terminal 10 - Aeroporto Internazionale O.R. Tambo, Johannesburg

Allora, arriviamo (io e L.) all'aeroporto con la macchina presa a noleggio e prima di restituirla andiamo a fare il canonico  pieno. Decidiamo di sbarazzarci di tutti i contanti rimasti. Li contiamo, ci restano 277 Rand. Dovrebbero bastare per riempire il serbatoio.

"Full, please" dico al benzinaio, e mi metto con L. a guardare i numerelli scorrere sul display del distributore... 10, 20 30.... 100... 200... 250... cazzo cazzo 260... cazzo! 275... nooooo! 280.

Merda.

"Twohundredeighty rands" dice l'omino e mi accompagna alla cassa.

Cerco di spiegare al tizio alla cassa che sto partendo e quindi voglio dargli tutto il cash che ho e pagare il resto con la carta. Ma il resto sono 3 rands che equivalgono a circa 30 centesimi di euro.

Il tizio alla cassa ride.

L'omino che mi ha fatto benzina si fruga nelle tasche, tira fuori 3 monete da un rand, le butta sul banco e dice, serafico: "It's ok, mister, I give you 3 rands".

Guardo sconvolto il tizio alla cassa che ride e mi fa: "It's ok Sir, this gentleman helped you!".

Ringrazio, sorrido, auguro a nice day a tutti quanti e me ne vado, mentre il mio benefattore sorride e fa ciao ciao con la mano.

Dopo una storia così posso solo dire:

Tre stelline.

domenica 19 agosto 2012

Bilancio quasi definitivo

Se me lo avessero detto non ci avrei creduto. I safari, o game drives, come li chiamano qui. Li guardavo con sospetto. Con aristocratico sospetto. Roba da turisti in tenuta cachi, binocolo appeso al collo e cappello coloniale.

E invece fino a due giorni fa, dopo 4 giorni trascorsi al Kruger Park, la mia massima (e ossessiva) preoccupazione esistenziale era:

"L., non abbiamo ancora visto il leone. Tutti lo hanno visto, cazzo. Tutti tranne noi. Dobbiamo assolutamente vedere un leone. È l'unico che ci manca dei big five. Speriamo di vederlo domani, il leone... Domani è la nostra ultima possibilità...".

Davvero da non crederci.

Comunque, ecco il bilancio, quasi definitivo dei questa vacanza.

Abbiamo visto:

- milioni di gazzelle e antilopi varie (Impala, springbok, bushbok ecc) inclusi, most notably, alcuni Gran Kudus;
- milioni di babbuini e scimmiette;
- un badger (male);
- un coccodrillo (da lontano);
- tantissime giraffe;
- badilate di ippopotami;
- una iena;
- parecchi facoceri;
- aquile;
- famigliole di zebre;
- un dassie;
- struzzi;
- svariati uccelli colorati;
- e pinguini, pinguini, pinguini...

E poi, ebbene sì, modestamente abbiamo visto tutti e cinque i big five, ovvero:

1) diversi bufali;
2) molti rinoceronti;
3) un gran quantitativo di elefanti;
4) un leopardo;
5) un leone (snob & classy).

Attendo (impaziente) le vostre congratulazioni.

martedì 7 agosto 2012

Il perché è ovvio.

Apprendo ora da Repubblica che la nuova coppia dell'estate è composta da Fabrizio Corona e Nicole Minetti.

È con grandissima gioia che mi appresto quindi ad andare in aeroporto e a volare lontanissimo.

Il dibattito è aperto.

lunedì 6 agosto 2012

Mi chiedo perché.

Nessuno commenta più i miei post.

Perché?

Siete tutti in vacanza?

Sì?

Allora sapete che vi dico? Vi dico che ci vado pure io, in vacanza. Parto domani. Afrique du Sud, come dicono qua i pariggini.

Ci risentiamo quando torno.

domenica 5 agosto 2012

Terminal 9 - Aeroporto di Santiago de Compostela

Passo i controlli di sicurezza e mi avvio deciso al bar. Il nuovo aeroporto di Santiago è molto meglio di quello vecchio, che ora giace abbandonato e forse anche già dimenticato a mezzo chilometro di distanza. È alto e pieno di vetro, il nuovo aeroporto di Santiago, ed è grande, forse troppo, rispetto alle dimensioni della cittadina di cui prende il nome. Uno dei miei ultimi weekend spagnoli è appena terminato, e sto per prendere il volo Vueling per Parigi.
Due giorni prima io e L. abbiamo noleggiato una macchina e siamo andati a fare un giro lungo la costa, fino al Castro de Baroña. Sono i resti millenari di un accampamento celtico, le fondamenta di un piccolo gruppo di edifici rotondeggianti a pochi metri da uno strapiombo sull'oceano. Il cielo è grigio e c'è un po' di vento. Girelliamo tra i resti celtici e poi ci mettiamo seduti su uno scoglio a guardare il mare. L'oceano è bianco e grigio, fatto di onde che si frantumano sugli scogli. "Uh!" grida L. quando gli schizzi ci raggiungono. Prima dell'impatto con gli scogli, l'acqua a monte dell'onda diventa di un blu bellissimo, poi è tutta schiuma bianca e rumore che riempie tutto. "L.! Guarda che bel blu!", grido. "Uh!", mi risponde tra gli spruzzi, "non è blu, Manoel, è verde acqua!".
Prima di arrivare al bar incontro S., un'amica di L.. Anche lei vola a Parigi. È seduta di fronte alla porta di imbarco. Le lascio i miei bagagli e vado a prendere da bere per entrambi. Mi dispiace un po' rinunciare ai divanetti del bar*, dove di solito resto seduto fino all'ultima chiamata. Quindi, per compensare, mi prendo anche un gelato. Chiacchieriamo, con S., che è simpatica e sorridente, finché la signorina al desk avvicina la bocca al microfono e ci dice che stiamo per partire.
Dopo il Castro siamo scesi in una spiaggetta di sabbia bianca e sottile. Ci siamo arrotolati i pantaloni per bagnarci i piedi. Dobbiamo correre su e giù per la battigia quando arriva l'onda per non bagnarci i pantaloni. Io me li bagno lo stesso e inizio a brontolare, mentre L. ride e prende in giro la mia imbranataggine zampettando tra le onde. Un'ora dopo brontolo ancora, con i jeans bagnati, mentre risaliamo dalla spiaggetta verso la macchina. È un sentiero di terra battuta che sale tra la bassa vegetazione e gli alberi. Poi c'è una svolta e ci ritroviamo in un prato verde, dove qua e là erano sbocciati piccoli fiori blu.
Siamo alla porta di imbarco. La coda avanza lenta e composta. Al mio turno mostro passaporto, biglietto e sorriso alla signorina. Prima di entrare nel tunnel che porta all'aereo guardo in su, verso la grande vetrata che in realtà è tutta quanta la parete dell'aeroporto. E mi dispiace avere il telefonino scarico, perché avrei proprio voluto chiamare L. per dirle,
Hei! Hai visto che blu?


Niente male, il nuovo aeroporto di Santiago.

Due stelline e mezzo.

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* I divanetti nei bar sono uno dei grandi piaceri della vita aeroportuale.

giovedì 2 agosto 2012

Terminal 8 - Aeroporto Internazionale di Atene Elefthérios Venizélos

Vi è mai capitato di ritrovarvi a quattro zampe nel bagno degli handicappati di un aeroporto mentre cercate di acciuffare un gatto (che non caga né piscia da praticamente due giorni) che si è messo ad annusare il retro della tazza del cesso?

Ecco. A me è successo all'aeroporto di Atene.

Ma qui occorre fare un passo indietro e raccontare l'antefatto. Prima di tutto, nel mio caso non si trattava di un gatto, bensì di una gatta, che si chiama U., se proprio volete saperlo.

U. è la gatta di L., che* è quello schianto di donna che è la mia donna.

Riassumendo: a causa di un planning poco efficiente** e della sciagurata cancellazione di un volo, la povera U. era al terzo giorno consecutivo dentro alla gabbietta per trasporto animali. Era stata in libertà (e quindi in grado di fare pipì e pupù) solamente le due notti precedenti.

Insomma al mattino del terzo giorno, sapendo che ci aspettava un volo con cambio ad Atene ci siamo detti: povera U., non possiamo tenerla nella gabbietta per un altro giorno! E se si piscia addosso? Qui se ci becca il WWF siamo spacciati!

Quindi elaboriamo un piano.

Mettiamo in valigia un sacchetto di plastica pieno di sabbia da lettiera, e al cambio ad Atene ci mettiamo a cercare un posto in cui si potesse liberare U. senza timore di vederla fuggire. E, che ci crediate o no, l'unico posto chiuso di tutto l'aeroporto di Atene è il cesso degli handicappati. Mentre L. sta fuori a fare il palo, io entro nel cesso con grande nonchalance***, la gabbietta con dentro U. in una mano e il sacchetto pieno di sabbia nell'altra. Chiudo la porta, libero U., apro il sacchetto e lo metto per terra.

Piscia! Dico a U., cercando (invano) di non sentirmi pazzo. Piscia!

Ma lei non sembra intenzionata. Si ficca dietro la tazza del cesso e, orrore! orrore!, si mette ad annusarla tutta.

Schifatissimo, la prendo di forza e la metto a sedere sulla sabbia.

Piscia!

Si alza e torna dietro al cesso.

Provo con la psicologia inversa. Non faccio nulla, la ignoro, e aspetto sperando che pisci di sua spontanea volontà.

Ma U. continua ad annusare il retro della tazza del cesso.

Dopo 10 infiniti minuti, tascorsi per lo più nel terrore di incappare in un handicappato vero a cui scappasse la pipì, lascio perdere, raccolgo sacchetto e gatta e, triste e sconsolato, me ne vado.

FINE

Comunque, l'aeroporto di Atene fa abbastanza schifo.

Una stellina.

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* Come dovreste sapere.
** Eufemismo.
*** Con estrema nonchalanche.

giovedì 26 luglio 2012

Vita di M. (Capitolo 12)

VITA DI M. SUI MEZZI DI TRASPORTO

M. non sa dirvi quando ha imparato a gattonare, né tantomeno a camminare. Era troppo piccolo per ricordarsi. Però si ricorda molto bene quando ha imparato ad andare in bicicletta (senza le ruotine). Avrà avuto all'incirca 5 o 6 anni. Era al mare dai nonni, come tutte le estati. Per le prove di ciclismo era stata scelta la piazza del mercato che, in assenza del mercato stesso, altro non era se non un ampio piazzale senza auto*. Erano state tolte le ruotine alla bici, M. era in sella, coi piedini sui pedali, e suo padre, F., teneva una mano saldamente ancorata sotto la sella per tenerlo in equilibrio.

Vai!, disse F., e M. iniziò a pedalare, mentre F. lo seguiva tenendo sempre una mano sotto la sella.

C'era il sole ed era caldo, e M. fece mille prove fino a diventare abbastanza sciolto e tranquillo, conscio della mano di suo padre che lo sorreggeva. Poi, a un certo punto, M. pedalando si gira per dire qualcosa a F. e lo vede in piedi dietro di lui, con le braccia allargate. M. gli vede entrambe le mani, e nessuna di loro sta sotto la sella a sorreggerlo. M. sta pedalando da solo!

Si emoziona e cade. Ma sa di avercela fatta.

M. userà la bici per tanti anni. Specialmente per andare a scuola. Tutte le mattine, da settembre a giugno, per tanti anni. Ricorda il sonno del mattino e la scarsissima voglia di alzarsi per andare a scuola, che si ripercuotevano in una pedalata loffia loffia, in un incedere pericolante e lentissimo. Quello che M. ricorda di più di queste pedalate mattutine sono le vecchiette che gli passano accanto in bici, sfreccianti.

Se la bici si rompeva, M. andava a piedi per lunghissimi periodi. Il motivo era che per riparare la bici bisognava andare da B., il terribile meccanico delle biciclette, che aveva il negozio vicino a una delle porte della città. B. era un signore che soffriva tantissimo nel vedere biciclette maltrattate. Insomma, la volta che gli portavi una bici che secondo lui non era stata tenuta bene (cioè sempre), ti dovevi beccare una paternale di mezz'ora con tanto di urli e occhiatacce. Per cui M. tentennava un po' prima di andare da B., e per un po' andava a piedi.

Anche nei primi periodi dell'università, a Bologna, M. andava in bici. Poi la bici si ruppe**, venne riparata, si ruppe**, venne riparata, si ruppe di nuovo** e quindi M. si stufò e andò a piedi.

A Firenze, invece, furono gli anni del vespino. Che belli! Andare in giro col venticello addosso, in città e in collina. Peccato che la sua fidanzata di allora non sopportasse salire sul suo vespino perché il vento le scombinava i lunghi capelli***.

In Germania****, invece, M. acquistò un macchinone BMW di terza mano con più di centomila chilometri sul groppone. Special highlight: interni in velluto rosso che lo facevano assomigliare in maniera preoccupante a un pappone, puttaniere o che dir si volgia. Il macchinone gli costò, in riparazioni, molto più di quanto avesse pagato per acquistarlo, ma alla fine del periodo teutonico riuscì persino a venderlo a un trafficante d'auto che esportava catorci in paesi poveri e/o sottosviluppati*****.

A Dublino M. andò a piedi.

E a Parigi, beh... a Parigi c'è il metrò!

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* Più tardi diventò, ovviamente, un parcheggio.
** Non c'è che dire: il buon vecchio B. aveva ragione.
*** Sic.
**** Mi sono rotto le palle di usare le lettere al posto delle nazioni.
***** Il mio fido BMW ora corre sereno e felice su strade Kazache.

mercoledì 25 luglio 2012

Books I read 8 - All the pretty horses, Cormac McCarty

All the pretty horses inizia così:
The candle flame and the image of the candle flame caught in the pierglass twisted and righted when he entered the hall and again when he shut the door.
ed è un libro western di Cormac McCarty di 302 pagine.

Il libro inizia con un funerale. In un cimitero, da qualche parte in Texas, vicino alla frontiera con il Messico. C'è la bara, e attorno un po' di gente, seduta su sedie di tela. C'è un vento fortissimo, e il suo rumore copre le parole del predicatore, in piedi di fronte alla bara. Quando il funerale finisce, e i fedeli si alzano, le sedie di tela volano via, rotolando tra le lapidi delle tombe.

Penso che la forza di McCarty stia in queste immagini. Immagini semplici e allo stesso tempo solenni e epiche di cui sono pieni i suoi libri. All the pretty horses è un western in piena regola, un western classico, con sparatorie, furti di cavalli, fughe per amore e paesaggi sconfinati. Un western con buoni e cattivi. Ma nonostante questo, è un bellissimo libro. Sì, ho proprio scritto nonostante questo, perché sarei disonesto se non vi dicessi che avevo reagito con scetticismo e supponenza quando il mio amico di sempre M., di fronte a una birra nel pub a due passi da casa di mio padre, mi disse: Devi leggere McCarty, scrive western. E vedendo le mie sopracciglia sollevarsi e la mia fronte aggrottarsi alla parola western, aggiunse: Guarda, so a cosa stai pensando, ma leggilo lo stesso, McCarty. Scrive dei libri bellissimi.

Mi ci sono voluti diversi anni per vincere questo pregiudizio aprioristico (e inutile) da (finto) intellettuale, e ora McCarty è uno dei miei scrittori preferiti.

All the pretty horses è il primo volume della Trilogia della frontiera, e appena finito di leggerlo già sapevo che avrei letto anche gli altri due volumi: The crossing e Cities of the plain. Leggetelo.

lunedì 23 luglio 2012

Vita di M. (Capitolo 11)

VITA CINEMATOGRAFICA DI M.

M. non è mai andato molto al cinema, ma non sa spiegare bene il perché. Probabilmente il problema è che una birretta in un pub batte sempre un cinema, come proposta per una serata.

Due periodi della vita di M. fanno eccezione a questa regola.

Uno è il periodo universitario, specialmente i primi due anni, quando M. abitava vicinissimo a un cinema (l'Apollo) che proiettava film delle stagioni passate a mille lire (sì! lire! M. si sente così vecchio se ci ripensa...) a serata. All'Apollo M. ha sghignazzato vedendo Frankenstein Junior, ha dormito di fronte a Il cielo sopra Berlino*, ha espresso sdegnosa sufficienza dopo la sventurata proiezione di Braveheart, e ha sgranocchiato chili e chili di pop-corn.

Il secondo periodo è il periodo dublinese, dove M., spesso per mancanza di alternative culturali valide, si infilava con la sua amica L. all'IFI (Irish Film Institute), pressoché unico cinema cosy e non holliwoodiano della città. Lì ha visto il suo primo Truffaut (I quattrocento colpi), un'epica rassegna su Paolo Sorrentino (cortometraggi inclusi), il tarantinante Inglorious Basterds, l'Away we go sceneggiato da Dave Eggers (uno dei miti letterari di M.), e tanti altri.

Al momento, non è ancora stato girato nessun film, né è stata avanzata la proposta di girare un film, che abbia M. come protagonista. Non intendo M. come attore, ma proprio un film su M., con qualche attore (bellissimo, s'intende) che reciti nel ruolo di M..

M. è comunque abbastanza sicuro che prima o poi la cosa succederà. Pensa anche che prima o poi scriveranno pure un libro, su di lui. Perché M. è senza dubbio un tipo straordinario, e come disse Leo Longanesi:
Lo storico che fra cent'anni scriverà la storia di questo straordinario "Italiano", se pure in quel tempo userà ancora dedicarsi a una simile professione, dovrà essere un bel tipo. Solo un matto potrebbe intraprendere un tale lavoro; ma vedrete che il matto si troverà.
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* Ero molto stanco. Davvero. Wenders mi piace.